
Quasi 1,85 miliardi di euro stanziati tra il 2022 e il 2025 per ridurre le liste d'attesa sanitarie, a fronte di circa 1,58 miliardi utilizzati. Una differenza di oltre 265 milioni che, insieme ai ritardi nell'attuazione delle riforme e alla carenza di personale, evidenzia le difficoltà del Servizio sanitario nazionale nel trasformare le risorse disponibili in prestazioni tempestive per i cittadini.
È il quadro che emerge dalla relazione della Corte dei conti sull'attuazione delle misure finalizzate a ridurre le liste d'attesa, approvata con deliberazione n. 54/2026/G del 13 ottobre. L'indagine esamina finanziamenti, provvedimenti normativi, strumenti di monitoraggio e risultati dell'azione amministrativa, individuando una distanza ancora significativa tra gli obiettivi dichiarati e la loro realizzazione.
Finanziamenti disponibili, ma non sempre utilizzati
Nel periodo 2022-2028 le risorse complessivamente destinate dallo Stato alla riduzione delle liste d'attesa ammontano a 3,71 miliardi di euro. Concentrando l'analisi sul quadriennio 2022-2025, la Corte rileva stanziamenti per 1,845 miliardi, dei quali 1,647 miliardi risultano finalizzati dalle Regioni e 1,580 miliardi effettivamente utilizzati.
Il divario tra stanziamenti e utilizzo raggiunge quindi circa 265 milioni. Non si tratta, tuttavia, di una somma integralmente classificabile come risorsa inutilizzata dalle Regioni: la Corte quantifica in circa 91 milioni le disponibilità non utilizzate nell'ambito dei finanziamenti di competenza, segnalando anche incompletezze e incoerenze nei dati di rendicontazione.
L'utilizzo delle risorse presenta inoltre differenze significative tra territori e annualità. Nel 2025, sulla base delle informazioni disponibili, sette amministrazioni regionali risultavano aver impiegato integralmente le risorse finalizzate, mentre in altri casi permanevano quote inutilizzate. La magistratura contabile sottolinea che il problema non consiste esclusivamente nella disponibilità dei finanziamenti, ma nella capacità di tradurli rapidamente in un aumento effettivo dell'offerta sanitaria.
La riforma delle liste d'attesa è ancora incompleta
La Corte riconosce al decreto-legge 73/2024 il merito di aver introdotto il più importante tentativo recente di riorganizzazione del sistema. La riforma punta su maggiore coordinamento nazionale, digitalizzazione delle prenotazioni, controllo delle agende e responsabilizzazione delle amministrazioni sanitarie.
L'impostazione viene giudicata positivamente, ma la sua attuazione resta parziale. Numerosi strumenti sono ancora in fase di completamento e non hanno prodotto risultati sufficientemente consolidati da consentire una valutazione dei loro effetti sui tempi d’attesa. Particolare attenzione è dedicata alla Piattaforma nazionale delle liste d'attesa, gestita da Agenas e destinata a integrare le informazioni provenienti dai sistemi regionali.
La sua progressiva operatività ha già permesso di individuare criticità importanti: differenze nell'attribuzione delle priorità, discrepanze tra appuntamenti proposti e accettati, ritardi tra prescrizione e primo contatto con il CUP, nonché scostamenti tra prescrizioni emesse e prenotazioni effettivamente registrate. Restano però problemi di interoperabilità, completezza dei dati e uniformità dei sistemi regionali. La Corte osserva che non è ancora possibile ricostruire con sufficiente immediatezza il rapporto tra risorse impiegate, prestazioni erogate e riduzione dei tempi d'attesa.
Il personale resta il principale ostacolo all'aumento delle prestazioni
Uno degli elementi più rilevanti della relazione riguarda la carenza di professionisti sanitari, soprattutto nelle specialità per le quali risulta più difficile il reclutamento. In numerosi territori, secondo la Corte, la capacità di erogare prestazioni è limitata non tanto dall'assenza di finanziamenti quanto dall'impossibilità di reperire personale sufficiente. Una criticità che rischia di ridurre l'efficacia delle misure finalizzate ad aumentare l'attività ambulatoriale e diagnostica, anche quando sono disponibili risorse aggiuntive.
La Corte sollecita quindi assunzioni stabili e il completamento delle disposizioni che consentono il superamento dei precedenti vincoli alla spesa per il personale sanitario. Il problema si intreccia con l'aumento della domanda. Nel 2024 le prestazioni di specialistica ambulatoriale erogate dal sistema pubblico e privato accreditato sono state circa 784 milioni, in crescita del 4,3% rispetto al 2023. L'incremento dell'attività, tuttavia, non è sufficiente di per sé a dimostrare un miglioramento dei tempi di accesso, anche alla luce della crescita delle prescrizioni.
Controlli, responsabilità e assistenza territoriale
La relazione richiama anche la necessità di rafforzare i controlli sulle amministrazioni e l'effettiva applicazione delle misure previste in caso di inadempienze. Tra le raccomandazioni figurano il completamento dell'integrazione delle agende pubbliche, private accreditate e dell'attività libero-professionale intramuraria nei CUP regionali, una rendicontazione più rigorosa dei finanziamenti e una maggiore attenzione all'appropriatezza prescrittiva.
Un ruolo importante viene attribuito anche alla riforma dell'assistenza territoriale. Case della Comunità, Ospedali di Comunità e Centrali operative territoriali possono contribuire a ridurre la pressione sugli ospedali e sulle prestazioni specialistiche, ma soltanto se le strutture previste dal PNRR saranno pienamente operative e dotate delle risorse professionali necessarie. La conclusione della Corte è che le liste d'attesa non rappresentano più soltanto un'eredità dell'emergenza pandemica. Sono un problema strutturale, alimentato da difficoltà organizzative, carenze di personale, disomogeneità regionali e insufficiente capacità di governo della domanda.
Aumentare gli stanziamenti, da solo, non basta. Per ridurre stabilmente i tempi d'accesso alle cure occorre dimostrare che le risorse vengono utilizzate, che gli strumenti di controllo funzionano e che gli interventi producono risultati concretamente misurabili per i pazienti.




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