|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
|
Scegli un Argomento
Scegli uno degli Argomenti da approfondire tra quelli più cliccati.
Non hai trovato nulla di tuo interesse? Cerca con la
Search Bar
qui sotto o consulta la pagina con tutti gli Argomenti facendo click su
Mostra Tutti
.
Scegli una Specializzazione
Clicca su una delle Specializzazioni per accedere a contenuti riguardanti esclusivamente la Specializzazione selezionata.
Non hai trovato la tua Specializzazione? Cercala con la
Search Bar
qui sotto o consulta la pagina con tutte le Specializzazioni facendo click su
Mostra Tutte
.
?

Sanità regionalizzata, anche i sindacati rischiano di dividersi

Il caso SMI in Sardegna apre una questione nazionale: come conciliare le diverse esigenze territoriali con una rappresentanza unitaria dei medici?
Sindacato
Professione

La regionalizzazione della sanità potrebbe avere conseguenze sempre più rilevanti anche sulla rappresentanza sindacale dei medici. Non soltanto attraverso le tradizionali divisioni tra organizzazioni, ma anche mediante la progressiva differenziazione delle posizioni assunte dalle strutture territoriali di una stessa sigla. Il confronto sull'Accordo integrativo regionale della medicina generale in Sardegna offre un esempio concreto di questa dinamica e pone una questione destinata ad acquistare importanza nella prospettiva dell'autonomia differenziata.

Il caso riguarda il Sindacato Medici Italiani (SMI), che a livello nazionale non ha sottoscritto l'accordo stralcio del giugno 2026 sull'attività dei medici di famiglia nelle Case della Comunità, arrivando successivamente a contestarlo davanti alla giustizia amministrativa. In Sardegna, invece, la rappresentanza regionale del sindacato ha firmato l'intesa che ne disciplina l'applicazione sul territorio. Una scelta contestata dallo SNAMI regionale, che ha deciso di non aderire all'accordo e ha criticato la posizione dello SMI sardo.

pubblicità

Il caso Sardegna: contrari all'obbligo nazionale, favorevoli alle tutele regionali

A spiegare la decisione è Luciano Congiu, segretario regionale dello SMI, secondo il quale la firma dell'accordo integrativo non rappresenta un cambiamento di posizione rispetto alla contrarietà espressa dal sindacato nazionale. Lo SMI continua a contestare l'obbligo, previsto dall'accordo nazionale, di svolgere fino a sei ore settimanali nelle Case della Comunità. Tuttavia, osserva Congiu, le disposizioni nazionali sono già applicabili e non possono essere cancellate attraverso un'intesa regionale.

La scelta della rappresentanza sarda è stata quindi quella di intervenire sulle modalità di applicazione, introducendo condizioni considerate più favorevoli per i medici. Secondo quanto dichiarato dal segretario regionale, l'accordo stabilisce una sequenza di priorità per la copertura delle attività nelle Case della Comunità: prima l'adesione volontaria dei professionisti, successivamente il ricorso a incarichi temporanei e soltanto in ultima istanza l'utilizzo del debito orario obbligatorio.

Congiu rivendica inoltre l'eliminazione della disponibilità dei medici di famiglia dalle 8 alle 10 del sabato e dei prefestivi, miglioramenti economici e l'estensione degli incentivi ai medici del ruolo unico. Lo SNAMI Sardegna esprime invece una valutazione opposta. Il sindacato considera l'accordo peggiorativo e ritiene che la sua applicazione possa compromettere ulteriormente l'attrattività della medicina generale. La divergenza riguarda quindi sia il giudizio sulle condizioni contrattuali sia la strategia sindacale: mantenere il rifiuto dell'intesa oppure partecipare alla contrattazione territoriale per modificarne gli effetti.

Due livelli contrattuali, strategie sindacali differenti

Il confronto sardo mette in evidenza una caratteristica strutturale della medicina generale: la compresenza di una disciplina contrattuale nazionale e di accordi integrativi regionali. Il livello nazionale definisce regole comuni, mentre quello regionale interviene sugli aspetti organizzativi ed economici che possono essere disciplinati territorialmente.

Questa articolazione consente di adattare la contrattazione alle differenti condizioni dei servizi sanitari. Le Regioni presentano infatti situazioni molto diverse per disponibilità di medici, distribuzione della popolazione, organizzazione dell'assistenza territoriale e capacità di finanziamento. È quindi comprensibile che le rappresentanze locali attribuiscano priorità differenti alle questioni contrattuali, anche quando appartengono alla stessa organizzazione nazionale.

Il problema emerge quando le scelte compiute sui due livelli appaiono divergenti. Nel caso sardo, la contrarietà dello SMI nazionale all'obbligo orario convive con la decisione della struttura regionale di sottoscrivere un accordo che ne regola l’applicazione. Non si tratta necessariamente di una contraddizione: contestare una disposizione e negoziare le condizioni della sua applicazione sono attività distinte. Ma la differenza può diventare difficile da rappresentare all'interno di un'organizzazione sindacale che deve mantenere una posizione riconoscibile su scala nazionale.

La frammentazione sindacale potrebbe diventare anche geografica

Tradizionalmente, il pluralismo sindacale della medicina italiana si manifesta soprattutto attraverso la presenza di diverse sigle, spesso portatrici di differenti impostazioni sul rapporto di lavoro, sull'organizzazione dei servizi e sulle strategie negoziali. La crescente autonomia organizzativa dei sistemi sanitari regionali aggiunge una possibile dimensione territoriale a questa pluralità. Le differenze potrebbero non riguardare più soltanto le posizioni espresse da sindacati diversi, ma anche le priorità delle strutture regionali appartenenti alla medesima organizzazione.

Non è un fenomeno necessariamente negativo. La capacità di rappresentare esigenze locali costituisce una funzione essenziale della contrattazione decentrata, soprattutto in un sistema sanitario nel quale le condizioni di esercizio professionale possono cambiare sensibilmente da una Regione all’altra. Esiste tuttavia un rischio di frammentazione delle strategie, delle rivendicazioni e delle condizioni negoziate, che potrebbe rendere più complessa la costruzione di piattaforme comuni.

Il caso della Sardegna non dimostra che tale processo sia già generalizzato. Mostra però come la differenziazione territoriale possa manifestarsi anche su questioni che hanno origine nella contrattazione nazionale.

Autonomia differenziata, una nuova sfida per i sindacati nazionali

La prospettiva dell'autonomia differenziata potrebbe accentuare questa dinamica, qualora si traducesse in ulteriori spazi decisionali regionali in materia di organizzazione sanitaria, programmazione dei servizi e gestione delle risorse. Non ne deriverebbe automaticamente una regionalizzazione dei contratti collettivi nazionali. Tuttavia, una maggiore differenziazione delle politiche sanitarie potrebbe ampliare le materie sulle quali le rappresentanze territoriali sono chiamate a intervenire.

Per le organizzazioni sindacali nazionali si porrebbe così un problema di equilibrio tra due esigenze entrambe legittime: mantenere indirizzi comuni e garantire alle proprie strutture regionali la flessibilità necessaria per negoziare nelle rispettive realtà. La questione riguarda anche la capacità di evitare che differenze organizzative ed economiche tra i sistemi sanitari si traducano in una progressiva distanza nelle condizioni di lavoro dei professionisti.

Il sindacato nazionale potrebbe essere chiamato sempre più a svolgere una funzione di coordinamento e garanzia, individuando principi e obiettivi condivisi, mentre le rappresentanze regionali negoziano le modalità di applicazione più adatte ai diversi contesti. La sfida non sarà necessariamente impedire la differenziazione, ma governarla senza perdere coesione e capacità di rappresentanza.

Il confronto tra SMI e SNAMI in Sardegna rimane una vicenda circoscritta alla contrattazione della medicina generale. Ma pone una domanda che riguarda il futuro delle relazioni sindacali nel Servizio sanitario nazionale: se l'organizzazione della sanità diventa sempre più territoriale, come dovrà evolvere una rappresentanza professionale che continua a riconoscersi in strutture e obiettivi nazionali?

Sindacato
Professione
Commenti

I Correlati

Medici di famiglia, lo sciopero si decide sempre più nelle Regioni
Sindacato
Leggimi

Ultime News

Ti potrebbero interessare
Case della Comunità, Sumai: senza specialisti il PNRR rischia il flop
Sindacato
Case della Comunità, Sumai: senza specialisti il PNRR rischia il flop
Al congresso nazionale, Magi avverte sul rischio di strutture senza personale e propone un accordo unico per la specialistica e il doppio canale.
SMI, Pina Onotri confermata alla guida: no al ruolo unico dei medici
Sindacato
SMI, Pina Onotri confermata alla guida: no al ruolo unico dei medici
Il congresso conferma la linea sindacale contro il debito orario nelle Case della Comunità. Priorità al doppio canale, ai contratti e alla manovra.
FIMMG, cosa aspettarsi da Biancalani: la lezione della Toscana
Sindacato
FIMMG, cosa aspettarsi da Biancalani: la lezione della Toscana
Il nuovo segretario generale arriva alla guida della Federazione con un'esperienza di accordi territoriali, una posizione netta sulla convenzione e una visione organizzativa già sperimentata.
Medici di famiglia, 575 milioni di ricette. FIMMG: "Valutare le cure, non solo i costi"
Sindacato
Medici di famiglia, 575 milioni di ricette. FIMMG: "Valutare le cure, non solo i costi"
Nel 2025 circa 10 miliardi di spesa farmaceutica lorda convenzionata. Marrocco: l'appropriatezza va misurata sull'intero percorso di cura

Siamo oltre 250.000 medici: aggiornati e informati.

Ogni giorno pubblichiamo per te tanti contenuti e li organizziamo perchè tu possa sempre trovare ciò che vuoi.