
Oltre 57 milioni di Fascicoli sanitari elettronici attivi, più di 25 milioni di cittadini che hanno autorizzato la consultazione dei propri dati e oltre il 95% dei medici di famiglia e dei pediatri coinvolti nell'alimentazione e nell'utilizzo del sistema. I numeri illustrati dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, confermano l'estensione raggiunta dall'infrastruttura digitale sanitaria italiana. Ma pongono anche una domanda: quanti fascicoli sono realmente utilizzati nella pratica clinica e con quali risultati?
Intervenendo alla presentazione del progetto lombardo Sinapsi – Cruscotto clinico unico per il medico, Schillaci ha definito il Fascicolo sanitario elettronico uno strumento essenziale per garantire continuità assistenziale e appropriatezza delle cure. L'obiettivo, ha spiegato, è consentire ai professionisti di dedicare meno tempo alla ricerca delle informazioni e più tempo alla relazione con il paziente. Una prospettiva condivisibile, che richiede però di distinguere tra disponibilità tecnologica e utilità clinica.
Un fascicolo attivo non è necessariamente un fascicolo completo
Il numero dei fascicoli attivi misura la diffusione del sistema, ma non dice quanti contengano una documentazione sufficientemente completa e aggiornata per sostenere le decisioni dei professionisti. Un fascicolo può esistere senza raccogliere ancora tutti i referti, le lettere di dimissione o gli altri documenti rilevanti nella storia sanitaria dell'assistito. E la presenza di informazioni non garantisce automaticamente che siano facilmente reperibili, interoperabili e utilizzate durante una visita.
Anche il dato relativo ai medici richiede una lettura attenta. Tra gli indicatori istituzionali di utilizzo del FSE figura infatti l'esecuzione di almeno un'operazione nel periodo considerato, compreso l'invio di una ricetta dematerializzata. È un parametro utile a misurare la diffusione operativa dello strumento, ma non equivale a dimostrare che il fascicolo sia stato consultato per ricostruire una storia clinica, verificare una terapia o evitare la ripetizione di un accertamento.
Il consenso alla consultazione è un passaggio decisivo
Un secondo elemento riguarda i cittadini. Secondo i dati riferiti da Schillaci, oltre 25 milioni hanno espresso il consenso alla consultazione del proprio fascicolo da parte dei professionisti sanitari. La differenza rispetto ai 57 milioni di fascicoli attivi non può essere interpretata come il numero di fascicoli inutilizzabili. Alimentazione dei documenti e accesso da parte dei professionisti sono infatti operazioni distinte.
Il consenso resta tuttavia essenziale affinché le informazioni possano essere condivise nei percorsi di assistenza, nel rispetto delle regole sulla protezione dei dati personali. Non a caso, il Ministero della Salute ha promosso nel 2026 una campagna nazionale per incentivare la conoscenza del FSE e il consenso alla consultazione, riconoscendo che lo strumento non è ancora pienamente utilizzato sul territorio.
Dalla diffusione tecnologica alla misurazione dei risultati
La vera questione, a questo punto, non è soltanto quanti fascicoli siano disponibili, ma quanto contribuiscano a migliorare il lavoro dei medici e l'assistenza ai pazienti. Per valutarlo servono indicatori ulteriori: la completezza e la tempestività dei documenti, la frequenza delle consultazioni cliniche, la possibilità di accedere alle informazioni prodotte in altre Regioni e l'effettiva integrazione dei dati nei processi decisionali.
Ancora più importante sarebbe verificare se l'utilizzo del FSE riduca gli accertamenti ripetuti inutilmente, faciliti la riconciliazione delle terapie e migliori la continuità assistenziale tra ospedale e territorio. Si tratta di risultati che non possono essere dedotti automaticamente dal numero di fascicoli attivati. Lo stesso Ministero, nella programmazione per il 2026, indica tra gli obiettivi il completamento dei contenuti informativi, il miglioramento della qualità dei dati e lo sviluppo dell'Ecosistema dei dati sanitari.
Il traguardo dei 57 milioni di fascicoli rappresenta quindi un risultato infrastrutturale importante, ma non esaurisce la valutazione del progetto. La fase successiva dovrà misurare quanto quell'infrastruttura sia diventata uno strumento effettivo di cura. Perché il successo della sanità digitale non si misura soltanto contando gli strumenti disponibili, ma verificando ciò che permettono di fare.




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