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Pensioni: la riforma sarà con l'addio simultaneo a quota 100

Baretta: se la sperimentazione proseguirà fino al 2021, le nuove misure partiranno dal 2022
Previdenza

La riforma della previdenza alla quale sta lavorando il Governo e sulla quale è partito il confronto con il sindacato potrebbe entrare in vigore solo nel 2022, a meno che non si decida l'anticipo della fine della sperimentazione di Quota 100 al termine di quest'anno. In pratica l'entrata in vigore delle nuove misure dovrebbe essere simultanea all'interruzione della possibilità di uscita con 62 anni di età e 38 di contributi. A spiegarlo è stato oggi il sottosegretario all'Economia Pierpaolo Baretta parlando di operazione "in contemporanea".

"Io non escludo - ha detto - di anticipare la conclusione di Quota 100. La partenza deve essere simultanea". Il problema principale resta quello della flessibilità in uscita che eviti di tornare allo scalone (67 anni di età per tutti coloro che non hanno almeno 42 anni e 10 mesi di contributi se uomini o 41 e 10 mesi se donna) una volta esaurita la misura fortemente voluta dalla Lega. La sperimentazione scade a fine 2021 e i sindacati hanno più volte detto che deve arrivare alla scadenza naturale. Ma il Governo non ha intenzione di mettere sul tema risorse superiori a quelle già ingenti previste per Quota 100. "Occorre che gli incontri - dice il segretario confederale Uil Domenico Proietti - portino a definire una flessibilità in uscita più diffusa intorno ai 62 anni per rispondere alle esigenze delle diverse tipologie di lavoro".

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Quota 100 lascia fuori i lavoratori più deboli a partire dalle donne che difficilmente raggiungono i 38 anni di contributi e quindi la richiesta è di una flessibilità più diffusa che però naturalmente costerebbe di più. "Il Governo, aggiunge Proietti, deve postare risorse sufficienti, superiori ai risparmi" ottenuti dal minore utilizzo di Quota 100 rispetto alle previsioni. Al momento il Governo ha solo ascoltato senza fare proposte ma quando il confronto entrerò nel vivo "bisognerà parlare di tutto", ha detto Baretta, anche del calcolo contributivo degli assegni delle persone che dovessero anticipare l'uscita. "Apprezziamo che si riconosca il tema della flessibilità in uscita - dice il segretario confederale Cgil Roberto Ghiselli - ma confermiamo la nostra contrarietà ad anticipare la fine della sperimentazione di Quota 100 e al ricalcolo contributivo".

Intanto oggi il Centro studi Itinerari previdenziali ha presentato il Rapporto annuale dal quale si evince che quasi la metà dei pensionati italiani (quasi otto su sedici) ha prestazioni totalmente o parzialmente "assistite" e quindi a carico della fiscalità generale e non basate sui contributi versati. Ogni pensionato ha in media 1,42 assegni, emerge dal Rapporto: mentre un pensionato su quattro ha due pensioni, il 6,7% ne ha tre e l'1,3% addirittura 4. In pratica - si sottolinea - se è vero che circa il 40% dei pensionati ha redditi da pensione inferiori a due volte il trattamento minimo (1.014 euro) è anche vero che molti di loro hanno versato pochi contributi o non ne hanno versati affatto. La spesa assistenziale nel 2018 è calata a 105 miliardi dopo una crescita sostenuta dal 2008 ma già nel 2019, secondo le stime, ha ripreso la sua crescita per sfondare di nuovo quota 110 miliardi, anche grazie al Reddito di cittadinanza.

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