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Obesità infantile: l’Italia tra i primi in classifica

Pediatria Redazione DottNet | 19/05/2023 15:36

Garofalo (AME): “Necessario cambiare l’approccio: educare alla salute e al benessere psicofisico, non alla magrezza”

"Pregiudizi e una narrativa fondata sullo stigma del peso guidano ancora troppo spesso l’approccio all’obesità ed al sovrappeso, specie in età evolutiva. Ciò paradossalmente contribuisce a  far crescere i casi di obesità, alimentando un disagio personale e relazionale specie fra i  bambini e gli  adolescenti che "si sentono grassi, inappropriati", sviluppano una dimensione di emarginazione e vivono con disagio le interazioni sociali a scuola, nell’attività sportiva, arrivando perfino a sviluppare disturbi del comportamento alimentare", racconta Piernicola Garofalo, Medico endocrinologo specializzato in Malattie del Ricambio, nonché a capo della Commissione Endocrinologia Pediatrica AME (Associazione Medici Endocrinologi), commentando i recenti dati emersi dall’European Regional Obesity Report 2022 dell'OMS, secondo cui circa 1 bambino in età scolare su 3 in Europa convive con l'obesità o il sovrappeso. 

Nel panorama europeo, l’Italia ancora una volta, purtroppo, è tra i primi posti per incidenza di quella che è ormai ampiamente riconosciuta come una patologia. Secondo l’ultimo Report infatti, l’Italia presenta la percentuale più elevata (pari al 42%) di bimbi in sovrappeso od obesi nella fascia di età 5-9 anni, mentre si colloca al 4° posto nella classe di età 10-19 anni, con il 34,2% dei giovani affetti. 

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Accanto alle misure individuate dall’OMS/Europa "per contrastare le proiezioni attuali e aiutare a prevenire il peggioramento di questa silenziosa epidemia", come promuovere l’attività fisica, rafforzare la prevenzione e la regolamentazione dell’industria alimentare e delle bevande, "è altresì necessario lavorare per non far passare più l’idea di obesità come "un problema", ma vederla e raccontarla nel suo insieme, ossia come una concreta, minacciosa premessa per una molteplicità di problemi di salute, potenzialmente gravi, ma assolutamente modificabili", aggiunge Garofalo. 

Indispensabile allora ripartire dall’educazione di famiglie, degli educatori in senso lato,  come anche dei professionisti sanitari per far sì che si porti avanti una visione diversa; responsabilizzare il ragazzo incoraggiandolo a farsi tutore della propria salute spiegandogli come è possibile cambiare la storia delle conseguenze della sua obesità di oggi.   "Non dimentichiamo poi di prestare attenzione alle risorse emotive in modo che tutte le comorbidità legate all’obesità (diabete, epatopatie, dislipidemie, artropatie, pneumopatie, malattie cardiovascolari) vengano definitivamente allontanate anche dal suo inconscio immaginario", prosegue il referente per l’area di endocrinologia pediatrica di AME.

"Nel giovane é importante alimentare concetti positivi di salute e benessere anziché idee di malattia o gap verso il gruppo dei pari evitando, per esempio, di mortificare il bambino per il suo peso o per "lo sgarro" a tavola come anche di complimentarsi con lui per avere invece perso peso". Contrastare l’obesità significa quindi "attivare solide e durature politiche sociali", oltre che lavorare per potenziare "un approccio multidisciplinare e multispecialistico", che veda sempre più il coinvolgimento e la collaborazione tra le varie figure chiave nella crescita e nelle tappe evolutive del bambino, nonché nell’uso, quando appropriato, di terapie mediche oggi disponibili e sempre più efficaci e personalizzate, conclude allora Garofalo. 

"Tutto ciò però, non può essere realizzato e potenziato senza la formazione e l’aggiornamento dei professionisti stessi, che devono guidare il cambiamento. Un bisogno riconosciuto anche da AME che sta attivando una serie di iniziative formative per i propri iscritti dedicate a migliorare la presa in carico globale del bambino in sovrappeso od obeso da parte degli specialisti endocrinologi".

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