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AI e salute: il nuovo secondo parere che interroga il sistema sanitario

Salute Redazione DottNet | 17/02/2026 12:51

Il report “Salute Artificiale” di Sociometrica e FieldCare fotografa un’Italia che consulta l’AI prima e dopo la visita medica. Vediamo come e perché cambia l’equilibrio della relazione di cura.

Il nuovo report "Salute Artificiale", realizzato da Sociometrica e FieldCare su incarico di Fondazione Italia in Salute e Fondazione Pensiero Solido, offre una fotografia nitida di una trasformazione già in atto. Il 94,2% degli italiani cerca online informazioni su sintomi, malattie e terapie. Non si tratta più di un comportamento episodico, ma di una pratica stabilizzata che attraversa fasce d’età e territori.

Google resta il primo riferimento, con il 73,5% degli accessi, ma gli strumenti di intelligenza artificiale sono già al secondo posto con il 42,8%. In pochi anni, le piattaforme conversazionali sono diventate dei veri e propri interlocutori sanitari, capaci di fornire risposte immediate e sintetiche. Ma non solo: anche empatiche.

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Si sta rapidamente formando una sanità parallela: non regolata, non certificata, ma largamente utilizzata. Una rete informativa che affianca - anni, che spesso anticipa - il sistema formale.

Rapidità contro attesa: il fattore tempo

L’85,7% degli italiani consulta fonti digitali prima o dopo la visita medica. Questo dato va letto insieme alle difficoltà di accesso che caratterizzano ampie aree del Paese. Le liste d’attesa lunghe, la difficoltà a sostenere i costi del privato e la crescente domanda di prestazioni generano un bisogno di risposta immediata.

Il digitale risponde in pochi secondi. Il sistema sanitario, spesso, in settimane o mesi.

Non è solo una questione tecnologica. È una questione di tempo percepito: quando l’accesso alla visita specialistica è differito, l’autotriage digitale diventa una forma di compensazione cognitiva dell’attesa. La tecnologia non sostituisce il medico, ma colma uno spazio lasciato scoperto. Non va poi dimenticata la facilità di accesso alla risposta: l’importanza della User experience quale fattore di fidelizzazione dovrebbe spingere verso una semplificazione d’uso delle piattaforme di accesso per le prestazioni digitali in sanità.

C’è un dato che sarebbe interessante conoscere: il report non incrocia direttamente l’uso dell’AI con il reddito o con i tempi di attesa regionali. Se l’utilizzo più intenso si concentrasse dove l’accesso è più difficile, allora l’AI non sarebbe soltanto una novità culturale, ma un sintomo di squilibrio strutturale.

Il secondo parere digitale e la trasformazione dell’autorità

Il 63,9% degli italiani ha verificato online almeno una volta una diagnosi o una terapia ricevuta. Non è un gesto di ribellione, ma un cambiamento del modello di autorità. Il medico non è più l’unica fonte informativa. È una delle fonti.

Non a caso il 14,1% dichiara di aver modificato o interrotto una terapia senza consultare il medico. La percentuale non è maggioritaria, ma è clinicamente rilevante. Rappresenta una fascia critica, soprattutto nella popolazione adulta tra i 35 e i 54 anni, che tende a gestire in autonomia le informazioni raccolte.

La verifica digitale produce un effetto ambivalente. Da un lato aumenta la consapevolezza; dall’altro può generare confusione o decisioni inappropriate. Le risposte conversazionali sono percepite come chiare e assertive. Ma la chiarezza formale non coincide con l’appropriatezza clinica.

Una fiducia temperata, ma non sufficiente

Il 60,5% degli italiani attribuisce alle informazioni online un’affidabilità media. Solo il 14,1% le ritiene molto affidabili, mentre un quarto esprime scetticismo. L’atteggiamento generale è prudente, ma non sempre sufficientemente critico da evitare fraintendimenti.

Il problema, oltre a quello immediato della sostituzione del medico con un algoritmo non testato a questo scopo, è rappresentato anche dalla frammentazione dell’ecosistema informativo. Se la comunicazione clinica non è completa o non intercetta i dubbi del paziente, questi verranno soddisfatti altrove.

Il nodo territoriale e il ruolo dei medici di medicina generale

In questo scenario, il ripensamento riguarda soprattutto la medicina territoriale. Il medico di medicina generale non può competere con l’AI sulla rapidità. Può però competere sulla contestualizzazione, sull’inquadramento clinico, sulla personalizzazione delle informazioni, perché dovrebbe essere molto forte sul vissuto del paziente. Ma in questo lavoro deve essere adeguatamente e tecnologicamente supportato.

Servono strumenti digitali integrati, un fascicolo sanitario elettronico realmente operativo e modelli di follow-up che riducano il senso di solitudine decisionale del paziente.

L’AI potrebbe diventare un alleato, se integrata in modo regolato nei percorsi di cura. Lasciata fuori dal perimetro istituzionale, sta di fatto creando un circuito parallelo non governato.

Governare la trasformazione, non subirla

Il fenomeno descritto dal report non è un’anomalia, ma un passaggio strutturale. Il cittadino consulta, verifica, confronta e talvolta decide. La domanda non è se questo sia giusto o sbagliato, ma se il sistema sanitario sia pronto a convivere con un paziente che arriva alla visita con un proprio quadro interpretativo già costruito.

Serve alfabetizzazione digitale, ma anche una nuova cultura comunicativa. E serve una governance dell’innovazione che colleghi AI, organizzazione territoriale e qualità dell’informazione clinica.

In un Paese in cui l’accesso al privato è spesso condizionato dai costi e il pubblico è sotto pressione, la rapidità della risposta digitale diventa un fattore competitivo. Se il sistema non offre tempi e modalità adeguati, il mercato dell’informazione sanitaria continuerà a espandersi in modo deregolamentato.

Il vero tema non è la tecnologia. È la capacità di mantenere centrale la relazione di cura in un contesto in cui l’autorità non è più esclusiva, ma condivisa. Difendersi dietro posizioni di rendita o retroguardia non conviene al mondo medico e non sarà di aiuto ai cittadini.

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