
Abstract
Le malattie neurodegenerative rappresentano una sfida di salute pubblica globale crescente a causa della loro complessità clinica. Tradizionalmente, la diagnosi di queste patologie si basa sulla comparsa di sintomi clinici manifesti, che possono comparire dopo l'inizio dei processi neuropatologici, quando il danno neuronale è già significativo. L'introduzione dell’uso di biomarcatori nel liquido cerebrospinale ha aperto la strada a una caratterizzazione biologica delle patologie, consentendo di rilevare alterazioni neuropatologiche prima della comparsa dei sintomi clinici. Recentemente, i biomarcatori ematici sono emersi come un'alternativa minimamente invasiva, altamente economica, ripetibile e scalabile per la valutazione precoce, la stratificazione e il potenziale monitoraggio clinico su larga scala.
Le malattie neurodegenerative rappresentano una categoria complessa di disturbi caratterizzati dalla progressiva perdita neuronale in aree specifiche del sistema nervoso.[1] Il processo diagnostico delle malattie neurodegenerative è complesso, soprattutto perché i sintomi cognitivi e motori possono comparire dopo che i processi patologici sono già iniziati.[1,2] Ad esempio, nella malattia di Alzheimer (AD), la comparsa dei sintomi cognitivi è stata associata a una perdita di circa l’80% dei neuroni colinergici.[1] Analogamente, nella malattia di Parkinson, i primi disturbi motori caratteristici si evidenziano solo quando il 60-80% dei neuroni dopaminergici della substantia nigra è già andato perduto.[1] Di conseguenza, esiste una significativa latenza temporale tra l’inizio del processo di accumulo e dell’aggregazione proteica e la manifestazione clinica dei sintomi.[2]
Questa sovrapposizione sintomatologica contribuisce a un tasso di errori nella diagnosi che raggiunge il 20% per la malattia di Parkinson a causa della somiglianza con altri parkinsonismi.[1] Le tecniche di neuroimaging funzionale sono comunemente utilizzate per escludere diagnosi alternative e potrebbero essere uno strumento utile per l’identificazione precoce di demenza e parkinsonismo.[1]
Per superare i limiti intrinseci della sola valutazione clinica, la ricerca si è focalizzata sull'analisi del liquido cerebrospinale (CSF), una fonte ottimale di biomarcatori poiché è a diretto contatto con lo spazio extracellulare del cervello e riflette i cambiamenti biochimici in atto.[1] Alcuni biomarcatori del liquido cerebrospinale sono già stati integrati nei criteri diagnostici, come la diminuzione dell'Aβ42 (β-amiloide) e l'aumento della proteina Tau nella AD.[2] Nello specifico, la riduzione dei livelli liquorali di Aβ42 riflette la sua successiva deposizione in placche amiloidi nel cervello.[3] Poiché i livelli di Aβ40 restano relativamente stabili, l'impiego del rapporto Aβ42/Aβ40 si è dimostrato un indicatore diagnostico altamente specifico e affidabile rispetto al solo dosaggio del singolo peptide.[2,3]
L’invasività e i conseguenti effetti collaterali della puntura lombare hanno spinto alla ricerca di campioni diagnostici più facilmente reperibili, come il sangue, la saliva o altri fluidi.[1] Ad esempio, biomarcatori ematici presentano numerosi vantaggi, tra cui la minima invasività del prelievo di sangue, la semplicità delle procedure e i costi contenuti.[1] Un importante progresso clinico è rappresentato dalla tecnologia SIMOA (single molecular array), che offre una maggiore sensibilità rispetto alle attuali tecniche diagnostiche, e consente di effettuare misurazioni su quantità molto ridotte con un’elevata accuratezza.[1] Essa si basa su array di singole molecole e sul conteggio simultaneo di microsfere di cattura distinte.[1] Secondo Krawczuk e colleghi, i metodi completamente automatizzati come il SIMOA o l'ECL (elettrochemiluminescenza) rappresentano la tecnica più affidabile per la valutazione quantitativa dei biomarcatori ematici in ambito clinico.[1] Oggi queste tecnologie hanno messo in luce l'importanza di diversi biomarcatori per la differenziazione delle malattie.[2] Inoltre, grazie a questi metodi analitici altamente sensibili, è possibile misurare concentrazioni minime di biomarcatori, anche nell’ordine di pg/mL.[1] Come sottolineato da Valletta e colleghi, anche le tecniche basate sulla spettrometria di massa sono molto sensibili ed accurate nella quantizzazione di peptidi Aβ nel plasma.[3] Tuttavia, le concentrazioni plasmatiche di Aβ mostrano una correlazione più debole e variabile con la deposizione di amiloide cerebrale rispetto ai biomarcatori del CSF.[3] I livelli di Aβ circolante sono particolarmente sensibili alla gestione preanalitica dei campioni e a fattori esterni, tra cui il legame proteico, la clearance renale e l’Aβ di origine piastrinica.[3] Questi fattori ostacolano una più ampia diffusione dei test sul plasma per la determinazione dell’Aβ nella pratica clinica di routine.[3]
Negli ultimi anni, sono stati compiuti enormi progressi nel campo dei biomarcatori proteici per le malattie neurodegenerative.[1] In particolare, il p-tau217 plasmatico si è distinto come il biomarcatore ematico più affidabile per l’AD.[3] Questo biomarker aumenta nei soggetti positivi alla PET per l’Aβ, è correlato al declino cognitivo e all’atrofia cerebrale e mostra prestazioni diagnostiche paragonabili o superiori a quelle dei test sul CSF.[3] Anche il p-tau181 aumenta in modo marcato nella AD, rispetto a controlli cognitivamente normali e, nel contesto della diagnosi differenziale, come p-tau217, ha permesso di distinguere l’AD da altre patologie neurodegenerative, quali demenza vascolare e Parkinson.[1]
Passando ai biomarcatori di danno assonale e neuroinfiammazione, la catena leggera del neurofilamento (NfL) è un marcatore aspecifico ma sensibile di lesione assonale, con livelli notevolmente elevati nella SLA, nella malattia di Creutzfeldt-Jakob, nella Sclerosi Multipla e nell'Atrofia Sistemica Multipla.[3] La proteina acida fibrillare gliale (GFAP) è invece un marcatore della reattività astrocitaria, che rappresenta una risposta precoce associata all'accumulo di Aβ e tau, i cui livelli plasmatici si sono rivelati persino più accurati di quelli liquorali nel predire i casi di AD.[3] Recentemente, per le sinucleinopatie come il Parkinson e la demenza a corpi di Lewy, la ricerca si sta focalizzando sulla rilevazione della α-sinucleina patologica nel CSF mediante saggi di amplificazione SAA (Seed Amplification Assays), ma anche sul miglioramento della capacità di questi saggi di discriminare tra varie sinucleinopatie.[3]
Le prospettive future della ricerca sui biomarcatori ematici risiedono principalmente nella necessità di migliorare la riproducibilità dei test, la standardizzazione e l'ottimizzazione dei flussi di lavoro clinici.[3] Affrontare le attuali lacune critiche consentirà di trasformare i potenziali biomarcatori in fase iniziale in strumenti diagnostici affidabili e accessibili con il potenziale di migliorare l'assistenza ai pazienti affetti da malattie neurodegenerative.[3]
Referenze:




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