
Abstract
Le malattie neurodegenerative rappresentano una sfida globale crescente per la salute pubblica, caratterizzate da una progressiva perdita neuronale. L'attivazione dell'immunità innata e la neuroinfiammazione sterile sono sempre più riconosciute come componenti rilevanti dei processi patogenetici che caratterizzano diverse malattie neurodegenerative. Comprendere questi complessi meccanismi offre nuove opportunità per l’identificazione di potenziali bersagli terapeutici che potrebbero contribuire a rallentare la progressione della neurodegenerazione.
Le malattie neurodegenerative (ND) costituiscono un'emergenza sanitaria globale ad alto impatto socio-economico, caratterizzata dal deterioramento progressivo dei neuroni, con conseguente declino cognitivo e motorio.[1,2] Colpiscono oltre l'1,7% della popolazione mondiale, con una prevalenza destinata ad aumentare nei prossimi decenni a causa dell'aumento dell'aspettativa di vita, essendo l'invecchiamento il principale fattore di rischio.[1] La mancanza di trattamenti risolutivi genera un carico enorme per i sistemi sanitari.[1]
Istologicamente, le ND sono definite dall'accumulo e dalla diffusione graduale di aggregati proteici anomali, originati spontaneamente o dovuti a specifiche mutazioni geniche.[1] Studi sperimentali, epidemiologici, patologici e genetici hanno fornito evidenze a sostegno del coinvolgimento dell’attivazione immunitaria innata e della neuroinfiammazione sterile nei processi neurodegenerativi, identificandole come componenti patogenetiche rilevanti, presenti sin dalle fasi prodromiche e cliniche di diverse ND.[1,2]
Sono quattro le caratteristiche che sembrano essere distintive di questo processo: l’attivazione delle cellule della microglia, il reclutamento e la migrazione di cellule immunitarie periferiche, l’aumento del rilascio di citochine, e il danno tissutale localizzato.[2]
L’attivazione della microglia rappresenta uno dei primi eventi della risposta neuroinfiammatoria, portando al rilascio di mediatori pro-infiammatori a livello della barriera emato-encefalica (blood-brain barrier, BBB) e compromettendone l’integrità.[2] Questo può favorire il reclutamento di cellule immunitarie periferiche, come cellule T e macrofagi, all’interno del sistema nervoso centrale (SNC).[2] L’infiammazione cronica comporta una persistente attivazione della microglia, che determina la produzione continua di molecole pro-infiammatorie.[2] Tale processo contribuisce all’aumento dei livelli di stress ossidativo e nitrosativo, favorendo un circolo vizioso che induce formazione e accumulo di aggregati proteici patologici, alterazioni del citoscheletro, compromissione dell’omeostasi energetica, difetti a carico dell’RNA e del DNA e alterazione dell’equilibrio sinaptico e delle reti neuronali, contribuendo alla disfunzione e alla perdita neuronale.[1]
Il sistema immunitario innato riconosce specifiche strutture molecolari associate ai patogeni (PAMP, Pathogen-Associated Molecular Patterns) o rilasciate da cellule danneggiate DAMP (Damage-Associated Molecular Patterns), tramite i Pattern Recognition Receptors (PRR), altamente espressi dalla microglia (i macrofagi residenti del SNC), ma presenti anche in astrociti, oligodendrociti, cellule endoteliali e neuroni.[1] I PRR comprendono, tra gli altri, recettori associati alle membrane, come i Toll-like (TLR) e i recettori lectinici di tipo C (CLR).[1]
Nelle ND, le proteine aggregate e malripiegate – come l'amiloide-β (Aβ), la proteina tau iperfosforilata (p-tau) e l'α-sinucleina – possono agire direttamente come DAMP.[1]
L'interazione tra DAMP e PRR attiva cascate di segnalazione complesse.[1] In particolare, l’attivazione di specifici TLR può reclutare adattatori quali MyD88 o TRIF, inducendo l'attivazione nucleare di NF-κB che guida la trascrizione di geni di citochine pro-infiammatorie (IL-1β, IL-6, TNF-α).[1] Questa risposta può contribuire al "priming" di inflammasomi quali NLRP3.[1]
Nella malattia di Alzheimer (AD) gli oligomeri della Aβ tendono ad aggregarsi e a formare placche.[2] Qualora le cellule della microglia non siano in grado di rimuovere efficacemente l’Aβ, vanno incontro a uno stato di attivazione cronica, che a sua volta può favorire e intensificare il processo di aggregazione dell’Aβ.[2] Questa attivazione persistente determina la secrezione di citochine pro-infiammatorie e di sostanze neurotossiche che, nel loro insieme, contribuiscono allo sviluppo della neuroinfiammazione e della neurotossicità di questa ND.[2] Nello specifico, l'Aβ fibrillare agisce come DAMP legandosi ai recettori microgliali come TLR2, guidando l'endocitosi e la trascrizione di geni infiammatori.[1] Attore importante di questo processo è il recettore di superficie microgliale TREM2, la cui perdita di funzione è stata associata a una ridotta capacità della microglia di inglobare le placche di Aβ, favorendone così la diffusione e la conseguente neurotossicità.[1]
La deposizione dell’α-sinucleina, una proteina associata alle sinapsi, svolge un ruolo rilevante nella malattia di Parkinson (PD), determinando la formazione di aggregati sotto forma di oligomeri o fibrille.[2] Aggregati di α-sinucleina possono attivare la microglia attraverso TLR e altre vie dell’immunità innata, inducendo risposte pro-infiammatorie che possono contribuire al danno neuronale.[1,2] L'α-sinucleina extracellulare può attivare la microglia attraverso TLR2 e TLR4; specifici assemblaggi di α-sinucleina possono inoltre attivare l'inflammasoma NLRP3 attraverso vie associate a TLR2 e TLR5.[1]
Nella Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), gli aggregati di SOD1 mutata e di TDP-43 possono attivare meccanismi dell’immunità innata. In particolare, gli aggregati di SOD1 mutata possono attivare la microglia attraverso i recettori TLR2 e TLR4, mentre TDP-43 può contribuire al priming e all’attivazione dell’inflammasoma NLRP3.[1,2]
La comprensione dei meccanismi immunitari associati alle ND riveste un’importanza fondamentale per favorire lo sviluppo di nuovi approcci terapeutici orientati a controllare i sintomi, rallentare la progressione della malattia e migliorare la qualità di vita dei pazienti.[1,2] Tra i nuovi potenziali approcci terapeutici si possono citare:
Nonostante l’emergere di nuove strategie terapeutiche dai risultati preliminari incoraggianti per il trattamento delle ND, sono ancora numerosi gli aspetti da approfondire.[2] Il crescente interesse per gli studi preclinici e le prime applicazioni cliniche di alcune di queste terapie hanno tuttavia aperto la strada a un ulteriore sviluppo della ricerca in questo ambito.[2]
Referenze:




Ogni giorno pubblichiamo per te tanti contenuti e li organizziamo perchè tu possa sempre trovare ciò che vuoi.