
L’attrazione per smartphone, social network, videogiochi e chatbot basati sull’intelligenza artificiale inizia sempre prima e può trasformarsi in un problema capace di influenzare sonno, rendimento scolastico e relazioni. Per questo i pediatri invitano alla prudenza: niente smartphone personale prima dei 13 anni e accesso autonomo ai social non prima dei 16. È il messaggio lanciato dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, che ha attivato un nuovo ambulatorio dedicato all’uso problematico di Internet e delle tecnologie digitali.
Quando il digitale invade la vita quotidiana
I numeri mostrano un fenomeno in crescita. Secondo i dati citati da Save the Children, in Italia circa un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni utilizza lo smartphone ogni giorno, mentre oltre il 60% degli 11-13enni possiede almeno un account social. Ancora più preoccupante è il fatto che l’uso problematico dei social coinvolge già il 15% dei ragazzi di 11 anni.
Gli esperti sottolineano che il problema non coincide semplicemente con il numero di ore trascorse davanti a uno schermo. A fare la differenza è la capacità di interrompere l’attività digitale e di mantenere un equilibrio con scuola, sport, amicizie e vita familiare. Quando questo controllo viene meno, possono comparire irritabilità, isolamento e una crescente difficoltà a staccarsi dai dispositivi. Un ruolo importante è svolto anche dalla cosiddetta FOMO, la paura di essere esclusi o di perdere qualcosa quando non si è connessi, che spinge molti ragazzi a controllare continuamente notifiche e aggiornamenti.
Il richiamo dei like e delle gratificazioni immediate
Secondo Stefano Vicari, responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Bambino Gesù, bambini e adolescenti sono particolarmente vulnerabili ai meccanismi di ricompensa offerti dal mondo digitale e «il compito degli adulti è aiutarli a scoprire che esistono anche forme di piacere che richiedono più tempo ma lasciano qualcosa di più duraturo. Un abbraccio, una carezza, una parola di incoraggiamento, sentirsi ascoltati e riconosciuti possono offrire una gratificazione almeno paragonabile a quella di un like, ma più duratura. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di impedire che occupi tutto lo spazio disponibile».
Gli specialisti evidenziano come attività quali sport, musica, relazioni sociali, vita all’aria aperta e momenti condivisi in famiglia rappresentino strumenti fondamentali per favorire l’autonomia e l’autoregolazione dei più giovani.
Sempre più ragazzi si confidano con l’intelligenza artificiale
Secondo i dati riportati nel documento del Bambino Gesù, quasi un adolescente su tre tra i 15 e i 19 anni utilizza l’IA ogni giorno. Oltre il 40% dichiara di essersi rivolto ai chatbot in momenti di tristezza, solitudine o ansia e una quota analoga li consulta per decisioni che riguardano relazioni, scuola o lavoro. Una tendenza che richiede attenzione perché «molti di loro lo fanno in quanto l’IA è sempre disponibile e perché non hanno la sensazione di essere giudicati. Il problema nasce quando la chat finisce per sostituire le relazioni con gli altri o viene utilizzata come principale interlocutore rispetto a una sofferenza psicologica. L’intelligenza artificiale tende ad accogliere e confermare il punto di vista di chi la interroga, ma non può assumersi la responsabilità della cura né sostituire la relazione con un professionista», spiega Vicari.
Nasce l’ambulatorio per l’uso problematico di Internet
Per rispondere a queste situazioni, il Bambino Gesù ha attivato un nuovo servizio specialistico rivolto a bambini e adolescenti nei quali l’utilizzo di smartphone, tablet, videogiochi, social network o altre attività online interferisce in modo significativo con la vita quotidiana. Le prime visite sono previste dal 3 ottobre presso la sede di Baldelli a Roma. L’iniziativa si inserisce in un contesto di crescente richiesta di assistenza neuropsichiatrica: le consulenze effettuate al pronto soccorso dell’ospedale sono passate da 155 nel 2011 a 1.675 nel 2025.
I pediatri: smartphone dopo i 13 anni, social dopo i 16
Per gli esperti, la prevenzione deve partire dalle famiglie e da un accompagnamento graduale all’uso delle tecnologie. «La prima forma di prevenzione è accompagnare i bambini verso un uso graduale e consapevole delle tecnologie. Come criterio educativo prudenziale proponiamo di non dare uno smartphone personale prima dei 13 anni e di rimandare l’accesso autonomo ai social almeno fino ai 16. Non si tratta di soglie biologiche o diagnostiche, ma di indicazioni che possono aiutare le famiglie a proteggere una fase particolarmente delicata dello sviluppo. Quando l’uso del digitale diventa difficile da controllare e comincia a compromettere il sonno, la scuola, le relazioni o le altre attività della vita quotidiana, è opportuno chiedere una valutazione specialistica».




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