
Un medico chiamato a certificare le condizioni di salute di una persona destinata a un Centro di permanenza per i rimpatri deve formulare una valutazione sanitaria indipendente. Ma che cosa accade quando quella valutazione diventa oggetto di un'indagine penale e, prima della conclusione del procedimento, entra nel confronto politico?
È la questione sollevata dai difensori di alcuni dei medici indagati a Ravenna nell'inchiesta sui certificati di non idoneità al trattenimento nei Cpr. Gli avvocati Francesca Cancellaro e Salvatore Tesoriero hanno replicato alle recenti dichiarazioni del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, contestando quella che ritengono una stigmatizzazione dei professionisti prima dell'accertamento giudiziario delle responsabilità.
L'inchiesta dovrà stabilire se i certificati contestati siano falsi. Ma il procedimento pone anche una questione distinta: quali garanzie devono accompagnare il medico quando una valutazione clinica richiesta nell'ambito di una procedura pubblica produce conseguenze sulla libertà personale?
L'inchiesta sui certificati di non idoneità
Il procedimento della Procura di Ravenna riguarda certificazioni sanitarie che avrebbero consentito ad alcuni cittadini stranieri di non essere trattenuti nei Cpr. Le contestazioni riguardano l'ipotesi di falso ideologico.
Le responsabilità sono ancora oggetto di accertamento. I difensori respingono le accuse e sostengono che le certificazioni siano state espressione dell'autonomia professionale dei sanitari.
"Siamo sicuri che non ci siano stati falsi da parte dei medici che difendiamo e lo dimostreremo, come detto, nel procedimento penale", affermano Cancellaro e Tesoriero.
Proprio la distinzione fra i due piani è essenziale. Una cosa è verificare giudiziariamente se una certificazione contenga attestazioni false. Altra cosa è stabilire quale valutazione clinica il medico avrebbe dovuto formulare e quali conseguenze debbano derivarne sul piano amministrativo.
I legali: "Il medico deve essere garante della salute"
La difesa rivendica innanzitutto la natura sanitaria della valutazione richiesta ai professionisti. La certificazione sull'idoneità al Cpr, scrivono i legali, "non può e non deve risolversi in un atto di fede o ossequio all'ordine pubblico", ma deve essere guidata dal dovere di cura, che impone al medico di essere "prima di tutto garante della salute dell'individuo".
Gli avvocati contestano quindi le dichiarazioni politiche intervenute sul caso mentre il procedimento è ancora in corso. "Leggendo le parole del Ministro viene da chiedersi cosa lo spinga a violare ripetutamente la presunzione d'innocenza degli indagati", scrivono, chiedendosi se Piantedosi disponga di informazioni non conosciute dalla difesa.
È la posizione dei legali e come tale deve essere letta. Spetterà all'autorità giudiziaria accertare se i singoli medici abbiano attestato circostanze non vere e con quale eventuale consapevolezza.
La Consulta: nei Cpr è in gioco la libertà personale
Il confronto avviene però in un quadro normativo sul quale è già intervenuta la Corte costituzionale. Con la sentenza n. 96 del 2025, la Consulta ha stabilito che il trattenimento dello straniero in un Cpr costituisce una restrizione della libertà personale e ricade quindi nelle garanzie previste dall'articolo 13 della Costituzione.
La Corte ha rilevato una carenza della disciplina legislativa sui modi del trattenimento e ha rivolto al legislatore un richiamo esplicito a intervenire con una regolamentazione complessiva. Secondo la Consulta, la nuova disciplina deve assicurare il rispetto dei diritti fondamentali e della dignità delle persone trattenute, senza discriminazioni. La Corte ha inoltre ricordato che la detenzione amministrativa nei Cpr non ha natura sanzionatoria.
Tra valutazione sanitaria e ordine pubblico
È su questo confine che il caso dei medici di Ravenna assume un significato più ampio rispetto alla singola vicenda giudiziaria.
Il sanitario incaricato di verificare la compatibilità di una persona con il trattenimento svolge una funzione che produce conseguenze amministrative rilevanti, ma la sua valutazione rimane di natura clinica. Se la certificazione è falsa interviene il diritto penale. Se invece esprime una valutazione sanitaria correttamente formulata, la circostanza che produca effetti indesiderati sotto il profilo dell'ordine pubblico non può, da sola, determinarne l'illegittimità.
Il punto è particolarmente delicato perché il governo ha annunciato una revisione delle regole sulle visite mediche necessarie per l'ingresso nei Cpr, mentre l'indagine di Ravenna è ancora aperta.
La discussione riguarda quindi due esigenze che devono rimanere distinte: accertare eventuali falsificazioni senza anticipare responsabilità non ancora stabilite e garantire che il medico possa formulare una valutazione clinica senza essere chiamato a perseguire finalità diverse dalla tutela della salute.
È anche su questo equilibrio che dovrà intervenire il legislatore, al quale la Corte costituzionale ha già chiesto di colmare le carenze della disciplina dei Cpr.




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