
La rinuncia alle cure continua a crescere in Italia, mettendo in discussione l'effettiva accessibilità delle prestazioni sanitarie. Nel 2024 il 9,9% dei residenti ha dichiarato di aver rinunciato, nei dodici mesi precedenti, ad almeno una visita medica o a un accertamento specialistico, contro il 6,4% registrato prima della pandemia e il 7,6% del 2023. È quanto emerge dalla Relazione sui servizi pubblici 2026 del CNEL, che richiama le difficoltà economiche e le liste d'attesa tra i principali ostacoli all'accesso all'assistenza.
Il fenomeno non interessa in modo uniforme la popolazione. Genere, età, livello di istruzione e territorio incidono sulla probabilità di rinunciare alle prestazioni, evidenziando come la disponibilità dei servizi sanitari non garantisca necessariamente la possibilità di usufruirne quando se ne ha bisogno.
Liste d'attesa e difficoltà economiche, le principali cause
Secondo i dati riportati dal CNEL, nel 2024 il 6,8% dei residenti ha indicato le liste d'attesa troppo lunghe tra le ragioni della rinuncia, mentre il 5,3% ha segnalato difficoltà economiche nel sostenere il costo delle prestazioni. Le due percentuali non devono essere sommate, perché le motivazioni possono sovrapporsi.
Un ulteriore indicatore riguarda la spesa sostenuta direttamente dai cittadini. Nel 2024 il 23,9% delle persone ha pagato integralmente l'ultima prestazione specialistica ricevuta, senza beneficiare di rimborsi assicurativi. La quota risulta in aumento di quattro punti percentuali rispetto all'anno precedente.
La Relazione richiama inoltre le analisi dell'Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (INMP), che individuano nella rinuncia alle prestazioni per ragioni economiche un indicatore indiretto di povertà sanitaria. Le difficoltà possono riguardare anche l'acquisto di medicinali e il pagamento dei ticket.
Donne più esposte, il divario aumenta tra i giovani adulti
La rinuncia alle prestazioni presenta una differenza significativa tra uomini e donne. Nel 2024 ha interessato l'11,4% delle donne, contro l'8,3% degli uomini, con uno scarto di 3,1 punti percentuali.
La distanza maggiore si osserva nella fascia tra 25 e 34 anni, dove la quota di donne che rinuncia a visite o esami raggiunge il 12,5%, rispetto al 7,1% degli uomini della stessa età.
Considerando l'intera popolazione, il valore più elevato si registra invece tra i 45 e i 54 anni, con il 13,4% di rinunce. In questa fascia, le difficoltà economiche e i tempi di attesa incidono in misura analoga. Dopo i 55 anni, le liste d'attesa diventano il motivo di rinuncia più frequentemente indicato.
Il quadro evidenzia una maggiore esposizione delle donne alle difficoltà di accesso, senza che i dati consentano di attribuire il divario a un'unica causa. Condizioni economiche, bisogni sanitari e organizzazione della vita quotidiana possono concorrere al fenomeno.
Centro-Nord, le attese pesano più delle difficoltà economiche
Anche la distribuzione territoriale presenta elementi significativi. Nel 2024 la rinuncia alle prestazioni ha riguardato il 9,2% dei residenti nel Nord, il 10,7% nel Centro e il 10,3% nel Mezzogiorno.
Rispetto al 2019, l'incremento è stato più marcato nelle regioni settentrionali che in quelle meridionali, determinando una riduzione delle distanze territoriali. Questo avvicinamento, tuttavia, non deriva da un miglioramento generalizzato dell'accesso, ma da un aumento delle rinunce anche nelle aree tradizionalmente caratterizzate da condizioni più favorevoli.
Le motivazioni cambiano a seconda del territorio. Nel Centro-Nord prevalgono le liste d'attesa, mentre nel Mezzogiorno i problemi economici assumono un peso paragonabile a quello dei tempi necessari per ottenere una prestazione.
La distinzione è rilevante per la programmazione sanitaria: nelle diverse aree del Paese, gli ostacoli all'accesso richiedono interventi che tengano conto sia della capacità di erogazione dei servizi sia delle condizioni economiche dei cittadini.
Il livello di istruzione incide sulla possibilità di curarsi
Il rapporto individua anche una relazione tra rinuncia alle cure e livello di istruzione. Tra gli adulti, la quota di persone che rinuncia per motivi economici raggiunge il 7,7% tra chi ha un titolo di studio più basso, contro il 5,7% tra i più istruiti.
La distanza si accentua dopo i 65 anni: in questa fascia, la rinuncia per ragioni economiche interessa il 5,2% delle persone meno istruite, rispetto al 2% di quelle con istruzione più elevata.
Per le rinunce dovute alle liste d'attesa, invece, il divario associato al titolo di studio risulta più limitato e si concentra soprattutto nella popolazione anziana.
Secondo il CNEL, queste differenze confermano la necessità di mantenere l'equità nell'accesso tra le priorità delle politiche sanitarie. La crescita delle rinunce, anche nelle regioni del Centro-Nord, mostra che il problema non riguarda soltanto la disponibilità formale delle prestazioni, ma la possibilità concreta di ottenerle in tempi e a costi sostenibili.




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