
L'Italia raggiunge nuovi traguardi nella longevità, ma fatica a garantire un accesso uniforme all'assistenza sanitaria. È il quadro che emerge dal Rapporto sul Benessere equo e sostenibile (BES) 2026 dell'Istat, pubblicato il 26 ottobre. A fronte di una speranza di vita salita a 83,7 anni, persistono difficoltà nell'accesso alle prestazioni, crescenti carichi assistenziali nella medicina generale e profonde differenze territoriali.
La contraddizione è soltanto apparente. Un Paese può ottenere risultati favorevoli nella sopravvivenza e nella riduzione della mortalità evitabile senza riuscire a garantire a tutti i cittadini le stesse opportunità di cura. Ed è proprio questa distanza tra gli esiti complessivi di salute e l'accessibilità dei servizi a rappresentare uno degli aspetti più significativi del rapporto per chi opera nel Servizio sanitario nazionale.
Oltre 5,6 milioni di persone rinunciano alle prestazioni sanitarie
Nel 2025 il 9,6% della popolazione, pari a oltre 5,6 milioni di persone, ha dichiarato di aver rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un accertamento diagnostico pur avendone bisogno. Il dato è stabile rispetto al 2024, ma superiore all'8,1% registrato nel 2017. Le liste d'attesa rappresentano la motivazione più frequente, indicata dal 6,5% della popolazione, seguite dalle difficoltà economiche, che interessano il 5,2%. L'1,4% segnala invece problemi legati alla distanza dalle strutture o alla scomodità di accesso ai servizi. Le motivazioni possono sovrapporsi e non devono quindi essere sommate.
Il fenomeno presenta differenze rilevanti per genere e territorio. Nel 2025 ha rinunciato ad almeno una prestazione l'11,2% delle donne, contro l'8,1% degli uomini. Il divario è particolarmente evidente tra i 35 e i 44 anni, quando le percentuali raggiungono rispettivamente il 14,3% e l'8,9%. Nel Nord la quota di rinunce è diminuita dal 9,2% all'8,7%, mentre è rimasta sostanzialmente stabile nel Centro, al 10,7%, e nel Mezzogiorno, al 10,3%. La Sardegna registra il valore più elevato, con il 19,5% della popolazione, in aumento rispetto al 17,2% dell'anno precedente.
Il rapporto evidenzia inoltre una componente sociale delle difficoltà di accesso. Tra gli ultrasessantacinquenni residenti nel Mezzogiorno, la rinuncia riguarda il 14,1% delle persone con un livello di istruzione più basso, contro l'8,7% di quelle maggiormente istruite.
Medicina generale, oltre la metà dei medici supera i 1.500 assistiti
Uno dei dati più rilevanti per l'organizzazione dell'assistenza territoriale riguarda il carico di lavoro dei medici di medicina generale. Secondo le elaborazioni dell'Istat su dati del Ministero della Salute, nel 2024 il 54,5% dei medici di famiglia aveva più di 1.500 assistiti, soglia massima ordinaria prevista dalla disciplina nazionale.
L'indicatore mostra un peggioramento strutturale: nel 2014 la quota era del 28%, salita al 51,7% nel 2023. In dieci anni, dunque, la percentuale dei medici che superano la soglia è quasi raddoppiata.
Il superamento dei 1.500 assistiti non costituisce automaticamente una violazione delle regole, poiché possono essere previste deroghe. Il dato segnala tuttavia una crescente concentrazione del carico assistenziale, particolarmente significativa in una popolazione che invecchia e nella quale aumentano le necessità di monitoraggio delle patologie croniche e di continuità delle cure. Il BES segnala inoltre che la dotazione complessiva di medici, infermieri e ostetriche è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi quattro anni, salvo un lieve incremento del personale infermieristico e ostetrico nel 2024. Secondo l'Istat, i livelli restano insufficienti rispetto alle stime annuali del fabbisogno elaborate dal Ministero della Salute d'intesa con le Regioni.
Longevità record, ma il territorio continua a fare la differenza
Nel 2025 la speranza di vita alla nascita raggiunge 83,7 anni, con un incremento di 0,2 anni rispetto al 2024. Gli uomini arrivano a 81,7 anni e le donne a 85,7. Si tratta di risultati che confermano il posizionamento favorevole dell'Italia nel contesto europeo. Il miglioramento non è però distribuito uniformemente. Nel Nord la speranza di vita raggiunge gli 84,2 anni, mentre nel Mezzogiorno si ferma a 82,8: una differenza di 1,4 anni, raddoppiata rispetto agli 0,7 anni del 2004.
Anche la speranza di vita in buona salute, risalita a 59,1 anni nel 2025 dopo quattro anni di diminuzione, mostra divari consistenti. Si passa dai 60,3 anni del Nord ai 56,7 del Mezzogiorno, con differenze ancora più marcate tra le singole regioni. I risultati complessivi restano comunque importanti. La mortalità evitabile, secondo gli ultimi dati disponibili riferiti al 2023, è pari a 16 decessi standardizzati ogni 10 mila residenti tra 0 e 74 anni, contro i 23,8 della media europea. Un vantaggio che convive con le difficoltà di accesso documentate dagli altri indicatori.
Assistenza domiciliare in crescita, mobilità ospedaliera ancora elevata
Il rapporto registra anche alcuni miglioramenti nell'organizzazione dell'assistenza. Nel 2025 il 4,6% degli ultrasessantacinquenni è stato trattato in assistenza domiciliare integrata (ADI), più del doppio rispetto al 2,2% del 2015.
Aumenta inoltre la disponibilità di posti letto nelle strutture residenziali socioassistenziali e sociosanitarie, passata da 65,7 ogni 10 mila abitanti nel 2014 a 74,1 nel 2024. Anche in questo caso, tuttavia, le differenze territoriali rimangono ampie. Un ulteriore indicatore della distribuzione dei servizi è rappresentato dalla mobilità ospedaliera. Nel 2024 l'8,6% dei ricoveri ordinari per acuti dei residenti è avvenuto in una regione diversa da quella di residenza, una quota stabile rispetto all'anno precedente ma superiore al 7,8% del 2014.
Il ricorso a strutture fuori regione non indica necessariamente una carenza dell'offerta locale: può dipendere anche dalla ricerca di centri specialistici o da scelte individuali. Le differenze territoriali, tuttavia, richiedono attenzione nella programmazione delle reti ospedaliere e nella valutazione dell'effettiva accessibilità delle prestazioni.
La sfida del Ssn: trasformare i risultati di salute in accesso alle cure
Il BES 2026 restituisce dunque un quadro che non può essere ridotto a una valutazione positiva o negativa del sistema sanitario italiano. La longevità aumenta, la mortalità evitabile diminuisce e alcuni servizi territoriali si rafforzano. Allo stesso tempo, milioni di cittadini continuano a rinunciare alle prestazioni e la medicina generale affronta carichi assistenziali crescenti.
Sono fenomeni che richiedono risposte differenti ma coordinate. Ridurre le liste d'attesa significa intervenire sull'organizzazione dell'offerta e sulla capacità di erogare prestazioni. Rafforzare la medicina generale richiede una programmazione del personale coerente con il fabbisogno e con l'aumento della cronicità. Contrastare le disuguaglianze territoriali impone invece di valutare non soltanto le risorse disponibili, ma anche i risultati effettivamente raggiunti dai servizi.
Il dato forse più significativo del rapporto è proprio questo: i buoni risultati di salute della popolazione non possono essere considerati una misura sufficiente dell'efficienza e dell'equità dell'assistenza sanitaria. La capacità del Ssn di garantire cure tempestive e accessibili resta una questione distinta, sulla quale gli indicatori dell'Istat segnalano criticità che non possono essere ignorate.




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