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Commissione Covid, lo scontro politico oscura le lezioni della pandemia

L'audizione di Speranza riaccende le accuse tra maggioranza e opposizione. Ma l'inchiesta dovrebbe chiarire gli errori del passato per preparare il Paese al futuro.
Istituzioni

L'audizione dell'ex ministro della Salute Roberto Speranza davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul Covid si è trasformata nell'ennesimo confronto tra maggioranza e opposizione. Al centro della discussione sono tornati il piano pandemico, i protocolli terapeutici, le vaccinazioni e le restrizioni adottate durante l'emergenza. Questioni sulle quali sarebbe necessario un approfondimento rigoroso, capace di distinguere le decisioni giustificate dalle conoscenze disponibili allora dagli errori che oggi possono essere riconosciuti e corretti.

Le dichiarazioni seguite all'audizione del 26 ottobre raccontano invece uno scontro nel quale la ricerca delle responsabilità rischia di essere subordinata alla contrapposizione politica. Speranza ha accusato la Commissione di voler colpire gli avversari e cercare consensi tra ambienti negazionisti e antiscientifici. I parlamentari di Fratelli d'Italia hanno risposto parlando del crollo di anni di menzogne e autoassoluzioni. Il confronto si è così spostato rapidamente dalla valutazione delle politiche sanitarie al giudizio complessivo sui rispettivi schieramenti. Uno spettacolo al quale chi segue quotidianamente la politica sanitaria ha ormai assistito troppe volte. E che comincia a suscitare una comprensibile insofferenza, non perché le questioni sollevate siano irrilevanti, ma proprio perché meriterebbero di essere affrontate meglio.

Un'inchiesta per comprendere, non soltanto per accusare

La Commissione è stata istituita dalla legge 22 del 2024 con il compito di accertare le misure adottate per prevenire, contrastare e contenere l'emergenza sanitaria, valutandone prontezza, efficacia e resilienza. La finalità indicata dal legislatore comprende esplicitamente la necessità di preparare il Paese ad affrontare una possibile nuova pandemia.

È una funzione di grande rilievo per il Servizio sanitario nazionale. La pandemia ha messo alla prova la capacità di risposta delle istituzioni, l'organizzazione dell'assistenza territoriale, la disponibilità di personale e dispositivi di protezione, la comunicazione del rischio e il rapporto tra autorità politiche e organismi tecnico-scientifici. Ricostruire ciò che ha funzionato e ciò che non ha funzionato non significa riscrivere la storia con il senno di poi, ma individuare strumenti per ridurre le vulnerabilità del sistema.

Questo lavoro richiede anche la disponibilità a riconoscere decisioni perfettibili. Una misura può essere stata adottata in buona fede e sulla base delle evidenze allora disponibili, senza per questo risultare necessariamente la migliore possibile. Allo stesso modo, l'esistenza di criticità non dimostra automaticamente che le scelte compiute fossero arbitrarie o prive di fondamento scientifico. È difficile comprendere perché una distinzione così elementare debba continuamente soccombere alla necessità di stabilire chi abbia ragione e chi torto, possibilmente prima ancora di aver esaminato tutti gli elementi.

L’errore metodologico: giudicare il passato con le conoscenze di oggi

Uno dei problemi più delicati riguarda la ricostruzione del contesto nel quale vennero assunte le decisioni. Nel 2020 le conoscenze sul SARS-CoV-2 erano limitate e in continua evoluzione, mentre le autorità sanitarie dovevano intervenire in tempi estremamente ridotti, spesso in assenza di dati consolidati. Le valutazioni retrospettive sono indispensabili, ma devono distinguere tra le informazioni effettivamente disponibili al momento delle decisioni e quelle acquisite successivamente. È un criterio essenziale tanto per giudicare l'efficacia delle misure quanto per individuare eventuali responsabilità.

La valutazione di un protocollo terapeutico richiede evidenze cliniche; quella delle misure di contenimento richiede dati epidemiologici e analisi della proporzionalità; quella della preparazione pandemica impone di ricostruire responsabilità organizzative e amministrative. Nessuna di queste verifiche può essere sostituita da una dichiarazione politica.

Ciò non impedisce di interrogarsi sulle carenze della preparazione pandemica, sulle modalità di aggiornamento delle indicazioni cliniche, sulla gestione delle risorse e sulla proporzionalità degli interventi. Al contrario, rende queste domande più precise. Una verifica seria non può partire dalla necessità di dimostrare che tutte le scelte furono giuste, né dalla convinzione che fossero tutte sbagliate.

La polemica indebolisce la fiducia nelle istituzioni

La contrapposizione emersa durante l'audizione di Speranza solleva una questione che va oltre il confronto tra maggioranza e opposizione. Quando le scelte sanitarie vengono raccontate esclusivamente come il prodotto di uno scontro tra partiti, diventa più difficile distinguere il ruolo dei decisori politici da quello delle istituzioni, dei professionisti sanitari e degli organismi scientifici.

I governi e le maggioranze cambiano, mentre le istituzioni sanitarie devono continuare a garantire la tutela della salute. La loro credibilità non dipende dall'assenza di errori, ma anche dalla capacità di riconoscerli, correggerli e rendere conto delle decisioni assunte. È una distinzione importante: proteggere le istituzioni non significa sottrarle al controllo, bensì evitare che la critica alle scelte di una stagione politica si trasformi in una delegittimazione indiscriminata di tutto il sistema.

Lo stesso vale per la scienza. Durante la pandemia le indicazioni sanitarie sono cambiate anche perché sono cambiate le conoscenze. È il normale funzionamento della ricerca, non necessariamente la prova di un'inattendibilità originaria. Confondere l'evoluzione delle evidenze con la contraddizione politica rischia di alimentare sfiducia proprio verso gli strumenti dai quali dipenderà la risposta alle future emergenze. E c'è qualcosa di particolarmente frustrante nel vedere la credibilità della ricerca scientifica trascinata ancora una volta in una contesa nella quale le evidenze rischiano di contare meno dell'appartenenza politica di chi le cita.

Nessuna emergenza sanitaria aspetta la politica

Le accuse reciproche possono produrre un risultato immediato sul piano della comunicazione politica, ma non rispondono alle domande che dovrebbero interessare medici, ricercatori, responsabili dei servizi sanitari e, soprattutto, cittadini. Il Paese dispone oggi di strumenti di sorveglianza più efficaci? Le catene decisionali sono più chiare? L'assistenza territoriale è meglio preparata? La comunicazione istituzionale saprà affrontare in modo più trasparente l'incertezza scientifica?

Sono interrogativi ai quali un'inchiesta parlamentare può contribuire a dare risposta, purché le testimonianze, i documenti e le valutazioni tecniche vengano esaminati con criteri verificabili e non utilizzati soltanto per alimentare lo scontro. A distanza di anni dalla fase più drammatica dell'emergenza, sarebbe lecito aspettarsi qualcosa di più di un nuovo scambio di accuse. Non per archiviare le responsabilità, ma per evitare che il tempo trascorso venga speso senza ricavarne insegnamenti utili.

La pandemia ha dimostrato quanto possano essere gravi le conseguenze di un'emergenza sanitaria. Una cattiva politica può aggravare ulteriormente quei danni, soprattutto quando sacrifica l'apprendimento dagli errori alla ricerca di un vantaggio immediato, con l'avvicinarsi dell'appuntamento elettorale del 2027. Il rischio, oggi, è che la Commissione finisca per lasciare in eredità una nuova frattura politica anziché una maggiore capacità di proteggere la salute pubblica. Non è ciò di cui i cittadini hanno bisogno.

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