
L'ipotesi di reintegrare i medici radiati durante la pandemia per le loro posizioni sui vaccini e sul Covid rappresenta, secondo Fabrizio Pregliasco - professore associato di Igiene alla Statale di Milano, direttore sanitario dell'IRCCS Galeazzi-Sant’Ambrogio e già presidente nazionale di ANPAS, un errore che rischia di riaprire ferite mai del tutto rimarginate e di delegittimare il ruolo degli Ordini professionali.
Professor Pregliasco, lei è stato tra i volti più esposti durante la pandemia e ha pagato personalmente questa esposizione, diventando uno dei principali bersagli del mondo no vax. Come giudica questa proposta di legge?
"Mi colpisce anzitutto il tono con cui alcuni promotori rivendicano questa iniziativa. Viene quasi presentata come una sorta di rivincita: "Ci hanno chiuso, ci hanno imposto delle cose terribili, hanno distillato paure e quindi è giusto recuperare questi medici". Trovo che questo sia un messaggio profondamente sbagliato.
Purtroppo c'è una parte del mondo politico, in particolare alcuni parlamentari di Fratelli d'Italia e qualcuno della Lega, che continua a cavalcare queste posizioni. È un errore perché, per certi versi, oggi servirebbe l'opposto. Non dico un'amnistia, ma un recupero nel senso di una pacificazione. La pandemia è finita, i momenti peggiori sono alle spalle e sarebbe utile ricostruire un clima più sereno. Iniziative come questa, invece, non aiutano la pacificazione, ma alimentano nuovamente la contrapposizione".
Quanti medici sarebbero concretamente interessati dal provvedimento?
"In realtà parliamo di numeri molto limitati. Credo che potrebbero beneficiarne sei o sette persone, forse il 15% dei medici radiati, perché tutto dipende dalla fase del procedimento disciplinare in cui si trovano".
Lei ha parlato più volte di posizioni antiscientifiche. Perché?
"Perché chi continua a sostenere certe tesi dimostra ignoranza, malafede oppure entrambe le cose. Lo dico con convinzione.
La ricerca, durante tutta la pandemia, ha continuato a monitorare la situazione, ad aggiornare le indicazioni e a correggere le proprie conoscenze. È questo il metodo scientifico. Naturalmente, come accade per qualsiasi procedura medica, i vaccini non erano perfetti: c'erano eventi avversi, limiti, aspetti che si sono chiariti con il tempo. Lo stesso vale per i farmaci e per tutte le decisioni adottate durante l'emergenza, compresi lockdown e campagne vaccinali.
Non a caso il nuovo Piano pandemico nazionale, elaborato dopo un confronto lunghissimo, continua a prevedere che, in situazioni di emergenza, strumenti come le campagne vaccinali, i lockdown e altre misure possano essere nuovamente adottati. Non dobbiamo dimenticare il contesto in cui quelle decisioni furono prese: eravamo in piena emergenza".
Secondo lei questa vicenda si inserisce anche nel clima creato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul Covid?
"Sì. A mio avviso quella Commissione avrebbe potuto essere utile per analizzare ciò che ha funzionato e ciò che non ha funzionato. Invece troppo spesso è diventata il luogo in cui alcuni rappresentanti politici continuano a riproporre le stesse contrapposizioni ideologiche.
Anch'io sono stato ascoltato dalla Commissione e devo dire che è stata un'audizione molto pesante. Ho trovato contestazioni e toni spiacevoli, in un clima che non definirei sereno. Ho avuto la sensazione che alcuni arrivassero con posizioni già precostituite e che volessero semplicemente confermarle".
L'emendamento rischia anche di delegittimare gli Ordini professionali?
"Certamente. Gli Ordini sono enti pubblici ai quali spetta valutare il comportamento professionale dei medici. Scavalcare quelle decisioni significa delegittimarne il ruolo.
Personalmente ritengo che, nei casi più gravi, la radiazione fosse meritata. E c'è anche un'altra considerazione che trovo paradossale. Noi che siamo stati favorevoli ai vaccini veniamo spesso accusati di essere stati pagati dalle aziende farmaceutiche e di voler vaccinare chiunque. In realtà alcuni di questi medici hanno costruito un proprio circuito economico, alimentato proprio da pazienti che cercavano conferme alle loro convinzioni e che continuano a rivolgersi a loro anche attraverso consulenze".
Lei ha più volte denunciato il clima di ostilità nei confronti di chi sosteneva le strategie sanitarie adottate durante la pandemia.
"Oggi sembra quasi che chi è fuori dal coro abbia automaticamente ragione. È il segno di una perdita di autorevolezza delle istituzioni, della ricerca scientifica e di tutto ciò che viene identificato come mainstream.
Io continuo invece a pensare che servirebbe davvero una pacificazione, ma fondata su una corretta ricostruzione dei fatti e non su una rilettura politica della pandemia.
È troppo facile, oggi, guardando indietro con serenità, dire che si sarebbe potuto fare diversamente. Bisognerebbe ricordare in quale situazione ci trovavamo allora. Io vivevo quotidianamente la pressione dell'ospedale, del laboratorio e delle pubbliche assistenze. C'erano volontari che avevano paura perfino di fare servizio, per il timore di contagiare i familiari o di essere contagiati. Abbiamo dimenticato quella paura e abbiamo dimenticato anche quanta incertezza scientifica ci fosse all'inizio.
Basti pensare alle discussioni sulle terapie domiciliari. Nella fase iniziale molti pazienti non furono assistiti nel modo migliore semplicemente perché il sistema era stato travolto da un'emergenza senza precedenti".
Lei, personalmente, continua ancora oggi a subire conseguenze per il ruolo avuto durante la pandemia?
"Sì. Ho ricevuto sassate sotto casa, manifesti con cui mi auguravano la morte e ancora oggi, sui social, continuo a essere indicato come responsabile di chissà quali nefandezze.
Per questo, ad esempio, evito la metropolitana. Preferisco limitare il rischio di incontri con persone particolarmente ostili. È una situazione che, purtroppo, continua ancora oggi".




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