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Vaccini Covid, sotto esame la comunicazione dei dati istituzionali

In Commissione Covid l'analisi di Bruno Cheli sui dati di efficacia e sicurezza. Nel mirino errori metodologici e modalità di comunicazione
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Non una contestazione delle campagne vaccinali contro il Covid, ma una critica ai metodi con cui alcuni dati sulla loro efficacia e sicurezza sono stati elaborati e comunicati dalle istituzioni durante la pandemia. È il tema portato davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul Covid da Bruno Cheli, docente di Statistica economica all'Università di Pisa, ascoltato in audizione l'8 settembre.

Cheli è tra gli autori di un policy brief pubblicato lo scorso giugno su F1000Research che analizza l'informazione statistica istituzionale sui vaccini anti-Covid in Italia. La conclusione degli autori è critica. Nel corso della campagna vaccinale si sarebbero verificati errori metodologici, ambiguità, omissioni e rappresentazioni fuorvianti dei dati, con il risultato di sovrastimare i benefici della vaccinazione e sottostimare le reazioni avverse.

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Il lavoro parla di possibili "bias strutturali" nella produzione e nella comunicazione delle informazioni. Gli stessi autori precisano però che l'analisi non mette in discussione le campagne vaccinali in quanto tali. La questione sollevata riguarda piuttosto il rigore metodologico, la trasparenza e la completezza con cui un'istituzione sanitaria comunica dati destinati a orientare le decisioni individuali e collettive.

Dai grafici alla misura dell'efficacia

Tra gli aspetti esaminati c'è il modo in cui venne rappresentata l'efficacia dei vaccini. Gli autori contestano in particolare il ricorso prevalente alla riduzione relativa del rischio, sostenendo che una comunicazione più completa avrebbe dovuto affiancarle anche indicatori come la riduzione assoluta del rischio.

Un altro esempio riguarda alcuni grafici utilizzati nei primi rapporti Aifa sulla sorveglianza dei vaccini. Il lavoro prende in esame una rappresentazione delle segnalazioni di sospette reazioni avverse gravi e non gravi nella quale le dimensioni delle aree grafiche non risultavano proporzionali ai valori numerici indicati.

Secondo gli autori, una rappresentazione di questo tipo poteva modificare la percezione visiva del rapporto tra eventi gravi e non gravi. Il policy brief richiama anche una comunicazione interna ad Aifa, già resa pubblica negli anni scorsi, nella quale veniva discussa proprio la dimensione da attribuire graficamente all'area relativa agli eventi gravi.

Sono esempi che portano la discussione su un terreno diverso dalla semplice contrapposizione tra favorevoli e contrari alla vaccinazione. Un dato può essere numericamente corretto e contemporaneamente essere comunicato in modo incompleto o visivamente fuorviante. Ed è sulla qualità di questa comunicazione che si concentra una parte rilevante del lavoro presentato da Cheli.

La questione della farmacovigilanza

L'analisi affronta anche la sorveglianza delle reazioni avverse e i limiti dei sistemi basati prevalentemente sulla segnalazione spontanea. Gli autori chiedono un maggiore ricorso alla sorveglianza attiva su campioni adeguati della popolazione e strumenti più robusti per valutare il rapporto causale tra vaccinazione ed eventi osservati successivamente.

Anche in questo caso è necessario distinguere i diversi livelli della discussione. Una segnalazione successiva alla vaccinazione non dimostra da sola un rapporto causale, così come un sistema di farmacovigilanza passiva può non intercettare tutti gli eventi che sarebbe utile approfondire. È precisamente la qualità degli strumenti utilizzati per separare coincidenza temporale e possibile causalità a determinare l'affidabilità della sorveglianza.

Il policy brief propone per questo maggiore rigore nella raccolta e nell'analisi dei dati, insieme a trasparenza e chiarezza nella loro presentazione al pubblico.

Una critica che non equivale a una condanna dei vaccini

Lo status del lavoro impone a sua volta qualche cautela. Si tratta di un policy brief pubblicato su F1000Research, attualmente nella sua prima versione e sottoposto a un processo di revisione aperta. Le conclusioni rappresentano quindi l'analisi degli autori e non possono essere considerate, per il solo fatto di essere state presentate in Commissione, un accertamento definitivo sulle modalità con cui le istituzioni italiane gestirono l'informazione durante la pandemia.

Questo non rende meno legittime le questioni sollevate. La comunicazione istituzionale durante un'emergenza sanitaria ha infatti una responsabilità particolare. Deve rendere comprensibili informazioni complesse e contemporaneamente evitare che l'esigenza di orientare i comportamenti finisca per comprimere incertezze, limiti e dati potenzialmente scomodi.

È anche su questo terreno che si misura la fiducia nelle istituzioni sanitarie. Riconoscere e discutere eventuali errori nella comunicazione non significa negare l'utilità di un intervento sanitario. Significa verificare se le informazioni utilizzate per sostenerlo siano state presentate con il rigore richiesto a chi produce dati pubblici.

Quando la critica scientifica diventa argomento politico

L'audizione ha immediatamente prodotto anche una lettura politica. Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d'Italia e componente della Commissione Covid, ha sostenuto che quanto illustrato da Cheli dimostrerebbe un tentativo delle autorità dell'epoca di fare "propaganda nascondendo la realtà dei fatti".

È però una conclusione più ampia di quella formulata dagli stessi autori. Il lavoro individua errori, omissioni e possibili distorsioni sistematiche nella comunicazione statistica e formula valutazioni molto critiche sull'operato delle istituzioni. Non dimostra però, per questa sola ragione, l'esistenza di un unico disegno politico deliberato finalizzato a occultare i rischi della vaccinazione.

Ed è proprio qui che emerge un paradosso. Malan critica le istituzioni di allora per avere utilizzato l'informazione scientifica a sostegno delle proprie scelte, ma da rappresentante delle istituzioni di oggi propone a sua volta una lettura dello studio funzionale a una conclusione politica che lo studio non formula in questi termini.

Il rischio è quello di riprodurre, in direzione uguale e contraria, il problema che l'audizione dovrebbe contribuire a chiarire. Gli eventuali errori metodologici, i limiti della farmacovigilanza e le distorsioni nella comunicazione dei dati meritano di essere verificati proprio perché riguardano la credibilità delle autorità sanitarie.

Trasformare una critica scientifica in una dimostrazione di intenzioni politiche che i dati, da soli, non possono provare non aiuta però a ricostruire quanto accaduto. Sposta ancora una volta la discussione dal terreno dell'analisi a quello dello scontro politico, aumentando quella confusione tra dati, interpretazioni e interessi istituzionali che dovrebbe invece essere il primo problema da evitare.

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