
Il ricercatore fa parte della struttura complessa di cardiologia dell'ospedale S. Maria della Misericordia di Perugia, diretta da Claudio Cavallini. Lo studio è stato condotto in 44 centri italiani sotto l'egida dell'Associazione nazionale medici cardiologi ospedalieri (Anmco). La ricerca ha dimostrato - si legge in un comunicato dell'ospedale perugino - che una strategia terapeutica aggressiva dell'ipertensione arteriosa, mirata alla riduzione della pressione massima al di sotto dei 130 mmHg è sensibilmente migliore della strategia tradizionale mirata alla riduzione della pressione arteriosa sistolica 'solo' al di sotto dei 140 mmHg. Al termine di due anni di terapia infatti, i pazienti ipertesi trattati secondo lo schema più ''aggressivo'' hanno mostrato una importante riduzione del danno cardiaco (ipertrofia del ventricolo sinistro) nonchè delle maggiori complicanze cardiovascolari quali l'infarto miocardico, l'ictus cerebrale e la morte per cause cardiovascolari. Il riconoscimento del valore scientifico della scoperta - si legge ancora nella nota - ha già trovato una convalida dalla pubblicazione dei risultati documentati sulla prestigiosa rivista medica internazionale The Lancet. ''Abbassare la pressione sistolica al di sotto dei 130 mmHg in questi pazienti è un obbiettivo non facile da centrare , ma se ci riusciamo possiamo ridurre in maniera importante il rischio di gravi malattie cardiovascolari'',spiega il dottor Verdecchia, responsabile della Unità di Ricerca Clinica e di Cardiologia Preventiva.




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