
Dall’origine la donna è mera corporeità, un involucro che suscita “appetiti”, dall’altra parte vi è il cibo come godimento e piacere; per cui non stupisce che da molti piaceri della tavola le donne sono rimaste escluse, più vicine allo status di cibo che a quello, maschile, di commensale. Nella civiltà dell’opulenza però, tutti sono esposti all’offerta eccessiva di cibo e contemporaneamente alle immagini insistenti e penetranti di corpi perfetti. Quindi, accanto all’esaltazione della forma corporea e al benessere, vi è l’aumento preoccupante dei disturbi alimentari che originano proprio da rappresentazioni eccessive e si diffondono tra le giovani donne occidentali. L’atto del mangiare dunque, è strettamente annodato al problema dell’immagine fisica di sé. Cibo e donna in tal caso diviene trasgressione ma anche controllo sociale, strumento di comunicazione per l’anoressica e la bulimica e presa di coscienza per la terapia.
L’ambivalenza generata dal rapporto col cibo, diviene quindi per la donna causa di disturbi del comportamento alimentare e indirettamente di altri disturbi che incidono sulla ciclicità mestruale, sulla fertilità e sulla sessualità. Come uno spettatore in teatro, il medico è posto di fronte al conflitto “donna e cibo”. Sempre più nella pratica quotidiana, non solo femminile, entrano domande che non trovano spazio nei libri e nel sapere medico per cui sempre più si pone l’obiettivo di curare in senso olistico corpo e mente, quindi la persona nella sua integrità. Pertanto comunicazione e relazione diventano per la classe medica un progetto di cura globale soprattutto quando vi sono davanti conflitti come “donna e cibo”.




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