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Sclerosi multipla, nei bimbi più problemi cognitivi che motori. Pubblicati i risultati di uno studio italiano su “Neurology”

Neurologia

Per questa ricerca, Amato ha coordinato 11 tra i più importanti centri per la sclerosi multipla in Italia. Lo studio fa seguito a una precedente pubblicazione, uscita due anni fa sempre su 'Neurology', che evidenziava un aspetto finora non conosciuto della sclerosi multipla infantile: la capacità di colpire oltre alle funzioni motorie anche le funzioni intellettive, tra cui il linguaggio, in genere risparmiato nell'adulto. Ora, lo stesso gruppo di ricercatori pubblica il risultato del controllo a 2 anni di distanza. Nello studio, 63 bambini e adolescenti con sclerosi multipla sono stati confrontati dal punto di vista neuropsicologico con 50 coetanei sani. E il paragone ha messo in evidenza una dissociazione tra la progressione della disabilità più propriamente fisica, che è stata minima nei 2 anni, e l'incremento della disabilità cognitiva, che ha coinvolto invece la maggior parte dei pazienti, il 75%. "Siamo abituati a pensare - afferma Amato - che nell'età evolutiva la plasticità cerebrale e le capacità di recupero siano più efficienti rispetto all'età adulta. Lo studio suggerisce invece che la plasticità di un sistema nervoso centrale ancora immaturo e in fase di sviluppo possa non essere sufficiente a compensare il danno anatomico prodotto dalla malattia". La sclerosi multipla, che si manifesta durante l'infanzia e l'adolescenza nel 2-5% dei casi, generalmente insorge in età adulta in cui, al contrario di quanto osservato nell'età evolutiva, i deficit cognitivi, presenti in circa la metà dei casi pur con grande variabilità inter-individuale, sono generalmente lievi e tendono a evolvere in un lungo arco temporale. I risultati dello studio, la cui portata innovativa viene sottolineata in un editoriale su 'Neurology', aprono una nuova prospettiva nella gestione della sclerosi multipla pediatrica. "Naturalmente solo studi a più lungo termine saranno in grado di stabilire l'esito definitivo - precisa Amato - Abbiamo già programmato un'ulteriore estensione della ricerca. Questi risultati, comunque, suggeriscono nella pratica clinica la necessità di una maggiore attenzione alle funzioni cognitive, anche quando la malattia sembra essere in fase di stabilizzazione, al fine di orientare le strategie di 'counseling' e riabilitazione e le scelte terapeutiche".

Fonte: Adnkronos

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