
Sono 43.000, nel solo 2010, le diagnosi di tumore alla prostata in Italia. Sono circa 14 milioni gli italiani che per eta', familiarita' o fattori esterni rischiano di ammalarsi. Percentuali che subiscono un'impennata dopo i 50 anni, che salgono al 20% ai 60 anni e arrivano addirittura all'80% attorno agli 80 anni. Numeri su cui incidono la dieta, i comportamenti sessuali, l'ambiente di lavoro e soprattutto la predisposizione genetica. E' dimostrato che e' doppio il rischio per chi ha un parente di primo grado che ha avuto un cancro. Addirittura di 11 volte maggiore, con insorgenza precoce di 7 anni prima rispetto alla media, se i parenti di primo grado sono due. ''Ma di cancro alla prostata muoiono solo gli ignoranti - enfatizza Domenico Prezioso, docente di Urologia alla Federico II di Napoli e relatore al convegno - bisogna curare gli stili di vita e soprattutto fare puntuali e cadenzati controlli''. E' proprio grazie alla diagnosi precoce, alle visite di controllo e ai markers Psa che quasi il 50% dei tumori diagnosticati si scoprono essere, per dirla all'americana, 'gattini'. Si tratta cioe' di classi di rischio basse che per il 40% si possono tenere a bada con la 'sorveglianza attiva', ovvero esplorazione rettale e Psa ogni tre mesi e biopsia a scadenze prestabilite. ''Circa i due terzi dei pazienti rimangono in questa condizione - spiega Prezioso - Solo un terzo e' costretto a passare a terapie curative''.




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