
Il primo dato che spicca immediatamente è l’ulteriore calo dell’aspettativa nei confronti del farmaco equivalente: ha fiducia nel generico il 43% dei medici contro quello che appariva un incoraggiante 49% del 2011; resta invece pressoché invariata la percentuale di coloro che dichiarano di non aver alcuna fiducia: 18% nel 2012 e 17% nel 2011, mentre si registra una crescita tra chi sostiene di preferirlo ma solo in alcuni casi: il 42% di quest’anno rispetto al 34% del 2011. Questa diffidenza appare ancora più evidente se si prendono in considerazione le percentuali relative alle indicazioni sulle prescrizioni: il 53,5% dei medici di base indica in ricetta il farmaco di marca, valore in crescita di circa 10 punti percentuali rispetto al dato del 2011, mentre solo il 26% si limita a indicare il principio attivo rispetto al 39% dell’anno precedente, su queste quote andrà ad incidere la nuova normativa. Solo nel 19% dei casi, al momento dell’intervista, viene indicato il principio attivo seguito dal nome dell’azienda produttrice, valore sommato stabile rispetto al 2011. L’ 1,5% degli interpellati si astiene.
Appena prima della applicazione delle nuove norme il panel si spacca in due sul quesito chiave: “Secondo lei il farmaco generico ha la stessa efficacia terapeutica del farmaco di marca?” dove le risposte tra quanti credono nell’efficacia dell’equivalente confrontata con quella di un farmaco di marca e quanti non confidano invece nella sovrapponibilità tra i due prodotti è molto simile: nel sondaggio di quest’anno il 44% si schiera contro il farmaco generico non credendo che la sua efficacia terapeutica sia simile a quella ottenuta con l’analogo branded mentre il 42% ha un parere opposto. Solo il 17% dichiara di non avuto modo di verificarlo. Un dato contraddittorio che potrebbe prestarsi a molteplici interpretazioni: dalla fidelizzazione del paziente ad un marchio particolare e che quindi chiede esplicitamente un determinato farmaco, fino alla scarsa conoscenza dell’equivalente da parte del medico.
A questo proposito appare interessante la “voglia” d’informazione che hanno i camici bianchi e che non viene soddisfatta a causa di una scarsa comunicazione medico-scientifica: il 33% dei professionisti ha dichiarato, infatti, di non ricevere alcun aggiornamento in merito e di questi il 52% ha espresso il desiderio di ricevere una visita dell’ISF sul generico, rispetto al 18,4% che non gradirebbe ricevere informazioni. Il 23% riceve una visita saltuaria dell’informatore e soltanto nel 35,4% dei casi il medico ha affermato di essere informato e aggiornato mediante l’ISF riguardo alle specialità medicinali equivalenti. Un’immediata conseguenza della non-comunicazione è la confusione clinica sugli effettivi benefici dei farmaci generici: perciò i medici vorrebbero, nell’87,5% dei casi, che ci fosse un controllo o un’attenta verifica sulle percentuali di principio attivo, sui veicolanti e sulla sperimentazione, prima della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale per la commercializzazione. A questi numeri va aggiunto il 7,7% degli intervistati che sull’argomento ha qualche leggera riserva. Mentre solo una limitata percentuale, il 5,8%, è in disaccordo sul problema.
I medici generici sono stati anche interpellati sulle aspettative dei pazienti che sembrano essere più disponibili nei confronti dell’equivalente: l’anno scorso il 64,8% era ben disposto nei confronti del generico, cifra che per il 2012 sale al 69,5 %; il 17% di questi “spesso lo richiede” (nel 2011 era però il 19%), il 56,5% lo accetta ma “solo in alcuni casi” (era il 50,5 nel 2011). Secondi i medici quindi, persiste, anche se in leggera diminuzione(-2,5%) rispetto al 2011, una quota di pazienti che invece non vuole assolutamente saperne di assumere un generico.
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