
Sono diversi i fattori che complicano la possibilità di prevedere le interazioni farmacologiche legate alla farmacocinetica. Un primo elemento è la numerosità delle possibilità: tanto più è grande il numero di principi attivi utilizzati nelle polifarmacoterapie, tanto più è probabile l'eventualità di reazioni avverse dovute alle interazioni.
Un secondo elemento sono le differenze legate a sesso, età e stato di salute dell'individuo. Ancora, il fatto che le interazioni farmacologiche di tipo cinetico riguardino tre diverse fasi del metabolismo(fase 1, 2 e 3) implica che ci siano tre livelli di articolazione in cui i principi attivi possono aumentare o diminuire la loro presenza nell'organismo.
La diversa azione del metabolismo, da un lato di terminazione dell'azione farmacologica, dall'altro di attivazione - attraverso metaboliti che svolgono azione terapeutica o tossica - complica ulteriormente la lettura di quanto accade. I fenomeni di induzione e inibizione enzimatica sono infine da considerare, assieme alle variazioni della dotazione di enzimi relativa ai polimorfismi genetici.
Il problema delle interazioni è più ampio di quanto si pensi. E' stato chiamato "Epidemia silenziosa" proprio perché è sottovalutato e non riconosciuto spesso dagli stessi medici. Un motivo di questa sottovalutazione è da ricercarsi nell'estrema complessità dei meccanismi. Ovviamente il rischio di interazioni ed eventi avversi ad esse collegati aumenta proporzionalmente al numero di farmaci assunti.
I dati dei costi per la salute dei pazienti e delle strutture sanitarie sono impressionanti.
Secondo uno studio italiano (Congr. Naz. SIFO, 2006) i due terzi dei pazienti con almeno 4 farmaci in terapia sono esposti al rischio di eventi avversi da interazioni farmacologiche di qualsiasi gravità.




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