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Arriva a Roma macchina-disintegra tumori con ultrasuoni

Oncologia

Fuori dall'Italia, lo stanno testando a Oxford, Barcellona e Mosca, ed è molto diffuso in Oriente, dove è nato, ma è in uso non solo in Cina, patria che gli ha dato i natali, ma anche in Giappone, Corea del Sud, Malesia e Indonesia. Assomiglia a una Tac. E' dotato di un lettino sul quale si posiziona il malato, con una piccola vasca con acqua purificata al centro: il mezzo attraverso cui si diffondono gli ultrasuoni. I raggi vengono focalizzati ad alta intensità per surriscaldare e distruggere così il tessuto malato, propagandosi innocuamente attraverso i tessuti sani fino a raggiungere l'obiettivo. "Se il raggio degli ultrasuoni porta sufficiente energia ed è strettamente focalizzato – ha spiegato Costantino Campisi, dell'Istituto di ingegneria biomedica del Cnr - può causare un innalzamento locale della temperatura di sufficiente magnitudine da provocare la necrosi del tessuto. E questo accade senza danneggiare il tessuto circostante e senza oltrepassare il bersaglio da colpire". Nella zona da trattare, che viene identificata con un centraggio ecografico, si raggiunge un calore tra i 60 e i 100 gradi centigradi, in un'area che si aggira tra 1 e 3 millimetri. "Dunque si procede per gradi e con estrema precisione – ha spiegato Campisi - Si impiegano tra un'ora e mezza e le 4 ore per risolvere una massa tumorale di cinque centimetri".

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Il costo del trattamento si aggira tra i 5 e i 10 mila euro. Presto il macchinario in Italia approderà in ben due Asl del Centro Sud. Ma Haifu non può essere impiegato per trattare qualsiasi tipo di neoplasia. Il suo uso è circoscritto solo ad alcuni tumori.
Gli ultrasuoni, al momento, mirano a distruggere tumori maligni del fegato, pancreas, osso, rene, mammella e parti molli, ad esempio il cancro del retroperitoneo. Con il beneficio, tra le altre cose, di ridurre il numero di cicli chemioterapici. Tra le neoplasie benigne, invece, è impiegato per il fibroadenoma della mammella, fibroma e fibromioma dell'utero. "Fatta eccezione per i fibromi all'utero – ha spiegato Campisi - che richiedono semplice sedazione del paziente, negli altri casi la tecnica prevede che il malato venga sottoposto ad anestesia totale, per garantire maggiore precisione" nel colpire il bersaglio. "A Milano – ha spiegato Veronesi – si è nella fase I di sperimentazione e si sta per approdare alla fase II. Ma per la terza e ultima fase, che si basa sul confronto con altre terapie, sarà necessario uno studio multicentrico che coinvolga più centri di ricerca ".

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