
Tutta la comunità scientifica riconosce che questi farmaci svolgono un ruolo importante nel rendere sostenibili le politiche sanitarie, eppure, nel nostro Paese la normativa che li regola è oggetto di dibattito e il loro mercato è ancora poco sviluppato. Anche la percezione comune è penalizzante, recentemente, infatti, tali farmaci sono stati ridefiniti "equivalenti" per evitare l'idea che ci si trovi di fronte a terapie di serie B.
"In Europa i generici costituiscono mediamente il 50% dei farmaci dispensati, malgrado pesino meno del 18% della spesa farmaceutica totale" spiega Paolo Siviero, direttore del Centro studi dell'Aifa. "Un maggior uso di questi farmaci e specifiche azioni mirate a favorire la concorrenza consentirebbero di aumentare i risparmi derivabili di oltre il 30%, liberando risorse che potrebbero essere destinate a terapie innovative. L'Italia genera risorse risparmiate pari a circa lo 0,06%, quando nei Paesi a mercati sviluppati il risparmio è circa del 27%".
Se non c'è discussione sull'importanza di sviluppare questo mercato, le Società Italiane di Chemioterapia, di Farmacia Ospedaliera, di Farmacologia, e per altri versi, la Federazione italiana medici di medicina generale, sono convinti che sia necessaria una ulteriore riflessione. I nodi fondamentali restano: la non sostituibilità di alcune classi di farmaci (come gli antiepilettici, gli anticoagulanti, alcuni antidepressivi e certi antibiotici iniettivi), il ruolo del medico prescrittore, quello del farmacista, e non ultimo lo stabilire a chi spetta l'onere della responsabilità penale della scelta.




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