Coronavirus: segnali buoni, ma la curva non sta scendendo

Sanità pubblica | Redazione DottNet | 01/04/2020 20:40

Il coronovirus predilige il freddo secco, mentre si diffonde meno velocemente nei climi molto caldi e umidi

Segnali positivi, soprattutto dalle regioni centrali, anche se bisognerà attendere ancora almeno una settimana prima che la curva dell'epidemia di Covid-19 cominci a scendere in modo statisticamente significativo in tutte le regioni. La situazione generale è infatti ancora molto diversa soprattutto fra le regioni più colpite del Nord, come la Lombardia, quelle del Centro e quelle meridionali, ha osservato il fisico Federico Ricci Tersenghi, dell'Università Sapienza di Roma. "Prima eravamo preoccupati per l'accelerazione e adesso siamo contenti che i dati si riducano di giorno in giorno. Siamo ancora in crescita - ha osservato - e il prossimo obiettivo è aspettare il rallentamento".

La strada è ancora lunga ed è importante continuare a tenere alta la guardia, rispettando le misure di contenimento. Tuttavia i dati sono incoraggianti, sebbene le regioni presentino situazioni diverse. In Toscana, per esempio, il numero dei nuovi pazienti ospedalizzati è aumentato molto poco e potrebbe essere un indice del fatto che molti vengano trattati a domicilio, ha detto l'esperto. Dati stazionari da giorni anche per Lazio, Umbria, Campania e Puglia. Negli ospedali del Nord, invece, la riduzione dei ricoveri potrebbe dipendere dalle difficili condizioni in cui si trovano gli ospedali, che in alcuni casi potrebbero avere raggiunto il massimo della capienza. Soprattutto nelle regioni più colpite dall'epidemia, come la Lombardia, "ci sono problemi di affidabilità dei dati che dipendono dalla situazione di emergenza sanitaria nella quale si trovano", ha rilevato l'esperto. Viene per esempio sottostimato il numero dei decessi, poiché è possibile che a coloro che muoiono in casa non vanga fatto il tampone, così come è possibile che se un'Asl ha un numero elevato decessi non riesce a testarli tutti.

"I segnali di un miglioramento ci sono, ma non sono uguali in tutte le regioni", ha detto ancora Ricci Tersenghi. In alcune realtà, come la Calabria e la Sicilia si registra infatti ancora una velocità di crescita dei casi superiore rispetto a quella delle altre regioni". In generale è comunque possibile dire che "la velocità di crescita si è ridotta, ma che stiamo ancora crescendo. Non sta passando, ma la situazione va migliorando". Per cominciare a vedere dei segnali di riduzione in tutte le regioni bisognerà aspettare ancora 5-7 giorni". L'attesa prosegue, ma è anche il momento di prepararsi al futuro e farlo, secondo Ricci Tersenghi, significa avere un'idea precisa della diffusione dei casi in Italia. Questo significa identificare la percentuale delle persone asintomatiche, che pur non mostrando i sintomi dell'infezione o comunque avendo sintomi lievi, sono comunque in grado di diffondere il virus. "La loro percentuale sulla popolazione è ancora molto incerta, ma è un parametro fondamentale per discutere di exit strategy", di come gestire la riapertura quando il blocco totale sarà finito.

Uno strumento fondamentale per identificare tutti coloro che hanno avuto l'infezione è il test per la ricerca degli anticorpi. Si calcola che un livello di sicurezza si raggiungerebbe già se il 50% della popolazione avesse gli anticorpi, mentre se fosse il 20% con la riapertura si rischierebbe una seconda ondata. In mancanza di dati certi non restano che le stime. Quelle elaborate dal gruppo di Ricci Tersenghi indicano che gli asintomatici potrebbero essere da 5 a 10 volte più numerosi dei casi diagnosticati e questi ultimi sarebbero quindi fra il 10% e il 20% dei casi reali.

Covid predilige il freddo

Il coronovirus predilige il freddo secco, mentre si diffonde meno velocemente nei climi molto caldi e umidi. Lo hanno scoperto due ricercatori italiani, Francesco Ficetola e Diego Rubolini dell'Università Statale di Milano, studiando su scala globale le relazioni tra casi di Covid-19 e condizioni climatiche. I risultati, condivisi sul sito medRxix, alzano il livello d'allerta per vaste regioni dell'emisfero sud del mondo (tra cui America meridionale, Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda), dove la pandemia potrebbe colpire più duramente nei prossimi mesi. La guardia deve restare molto alta, perché il virus SarsCoV2 è un nemico particolarmente insidioso: è infatti capace di replicarsi nelle alte vie respiratorie in modo da essere diffuso anche da coloro che soffrono soltanto di sintomi lievi, come dimostrato da uno studio dell'Università Charité di Berlino pubblicato su Nature. Più conosciamo il nuovo coronavirus, però, più diventa possibile capire cosa può frenare la sua corsa nel mondo.

Le condizioni climatiche, ad esempio, con le variabili di temperatura e umidità. I ricercatori della Statale di Milano sono giunti a questa conclusione dopo aver calcolato il tasso di crescita dei casi di Covid-19 in oltre 100 tra nazioni e macroregioni del mondo. Il dato è stato calcolato sui primi giorni dell'epidemia, in modo da misurare la reale velocità di diffusione del virus prima dell'entrata in vigore delle misure di contenimento. Dall'incrocio con i valori medi di temperatura e umidità tipici dei mesi dell'epidemia, è emerso che il contagio si diffonde più rapidamente a temperature medie di circa 5°C e umidità medio-bassa. Viceversa, in climi molto caldi e umidi caratteristici di alcune zone tropicali, l'epidemia sembra correre molto più lentamente, anche se nessuna area popolata del mondo sembra essere del tutto inadatta alla diffusione. Paradossalmente, se il clima può ostacolare la diffusione del virus, il virus a sua volta può mettere a rischio la qualità delle previsioni meteo, compromettendo anche i sistemi di allerta per gli eventi estremi e lo studio dei cambiamenti climatici. A dirlo sono gli esperti dell'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm), che denunciano come la riduzione del traffico aereo abbia già provocato un forte calo della raccolta dati sulle condizioni atmosferiche: a questo potrebbe aggiungersi nelle prossime settimane la carenza di personale e dei pezzi di ricambio per la manutenzione degli strumenti. 

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