Medico e infermiere di famiglia, ruoli e competenze

Sanità pubblica | Redazione DottNet | 09/09/2020 19:46

Uno ogni 6.000 abitanti, lavoreranno in sinergia con i medici di famiglia. Dipenderanno dai Distretti

Vicinanza, sostegno e attenzione alle persone fragili che convivono con patologie croniche.L'infermiere di famiglia avanza a grandi passi su tutto il territorio nazionale, tanto che le Regioni hanno varato le linee guida (clicca qui per scaricare il documento). Dal 5 settembre, negli ambulatori di Pieve Tesino e di Baselga di Pinè, in Trentino, è pronto il nuovo servizio che mette a disposizione un infermiere di famiglia e comunità. L'ASST Pavia, con deliberazione n. 397 del 20 luglio, ha indetto selezione pubblica per il conferimento di n. 87 incarichi di lavoro autonomo per “infermiere di famiglia o di comunità”. E oltre 200 infermieri di famiglia/comunita’ sono pronti ad entrare in servizio in Abruzzo per dare supporto nella lotta al Coronavirus anche nell’ambito scolatico, comunica l’assessore regionale alla Sanita’ Nicoletta Veri’.

Insomma la rivoluzione è alle porte: la nuova figura dovrà ovviamente lavorare in sinergia con il medico di medicina generale. E come lui anche l'infermiere opera sul territorio, a seconda dei modelli organizzativi regionali, diffonde e sostiene una cultura di Prevenzione e Promozione di corretti stili di vita, si attiva per l’intercettazione precoce dei bisogni e la loro soluzione. Deve garantire una presenza continuativa e proattiva nell’area/ambito comunità di riferimento, fornisce prestazioni dirette sulle persone assistite qualora necessarie e si attiva per facilitare e monitorare percorsi di presa in carico e di continuità assistenziale in forte integrazione con le altre figure professionali del territorio, in modo da rispondere ai diversi bisogni espressi nei contesti urbani e sub-urbani. Un ruolo a trecentosessanta gradi con un contesto organizzativo importante.

L'infermiere di famiglia è inserito all’interno dei servizi/strutture distrettuali e garantisce la sua presenza coerentemente con l’organizzazione regionale e territoriale (Case della Salute, domicilio, sedi ambulatoriali, sedi e articolazioni dei Comuni, luoghi di vita e socialità locale ove sia possibile agire interventi educativi, di prevenzione, cura ed assistenza). Agisce nell’ambito delle strategie dell’Azienda Sanitaria e dell’articolazione aziendale a cui afferisce, opera in stretta sinergia con la Medicina Generale, il Servizio sociale e i tutti professionisti coinvolti nei setting di riferimento in una logica di riconoscimento delle specifiche autonomie ed ambiti professionali e di interrelazione ed integrazione multiprofessionale.
 
L’infermiere di comunità, presente nel territorio con continuità, è di riferimento per tutta la popolazione (ad es. per soggetti anziani, per pazienti cronici, per istituti scolastici ed educativi che seguono bambini e adolescenti, per le strutture residenziali non autosufficienti, ecc…) anche se viste le caratteristiche epidemiologiche e il profilo demografico nazionale, la fascia di popolazione anziana con patologie croniche, risulta essere un target preferenziale. Inoltre in particolari condizioni epidemiologiche, quale quella da COVID-19 attuale, il suo intervento può essere orientato alla gestione di un target di popolazione specifica, ad es. per il tracciamento e monitoraggio dei casi di COVID-19 coadiuvando le USCA, in collaborazione con Medici di Medicina Generale e Igiene Pubblica e nelle campagne vaccinali. Sono previsti otto infermieri ogni 50.000 abitanti.
 
Diverse le competenze richieste: sono di natura clinico assistenziale e di tipo comunicativo-relazionale. L’infermiere di famiglia deve possedere capacità di lettura dei dati epidemiologici e del sistema-contesto, deve avere un elevato grado di conoscenza del sistema della Rete dei Servizi sanitari e sociali per creare connessioni ed attivare azioni di integrazione orizzontale e verticale tra servizi e professionisti a favore di una risposta sinergica ed efficace al bisogno dei cittadini della comunità. I requisiti formativi previsti sono da definire con un ordine temporale differenziato. Se da un lato si riconosce la necessità di considerare rilevante prevedere un percorso di formazione specifica con l’acquisizione di titoli accademici (ad es master in Infermieristica di famiglia e Comunità) dall’altro occorre considerare fondamentale avviare tempestivamente l’organizzazione dell’assistenza territoriale come indicato dalla L. 77/2020.

Occorre avere un’esperienza (almeno due anni) in ambito Distrettuale/territoriale, domiciliare o con esperienza di percorsi clinico-assistenziali (PDTA), di integrazione ospedale-territorio, di presa in carico di soggetti fragili. Altresì si ritiene necessario avviare iniziative di formazione aziendale, sulla base di indicazioni regionali, che permettano di formare, in tempi brevi, anche con modalità blended e formazione sul campo, infermieri per questa nuova forma di attività assistenziale territoriale. Tale formazione potrà essere riconosciuta e considerata anche ai fini dell’eventuale accesso successivo a percorsi accademici.

"La nascita dell'infermiere di famiglia - afferma il segretario regionale del Nursing Up, Claudio Delli Carri - è un grande passo avanti per la nostra sanità, concretizzando quello che può essere pensato come l'anello mancante della continuità assistenziale tra territorio e rete ospedaliera. Questa figura non sarà subalterna o stemperata dalla funzione medica, ma avrà un suo profilo specifico e non un mansionario. Inoltre sarà un dipendente pubblico".   "Si tratta di un passo importantissimo - aggiunge - per il miglioramento della cura dei pazienti sul territorio, ma anche per la sorveglianza di esso. Permetterà una diminuzione degli accessi ospedalieri migliorando dell'efficienza di reazione anche a necessità eccezionali come nella pandemia. n Germania, dove l'impatto pandemico è stato di un decimo rispetto a noi, proprio tale figura di prossimità è un cardine della rete sanitaria".

Ma non è tutto: gli infermieri saranno coinvolti anche nelle scuole: previsti novemila infermieri scolastici, uno per ogni plesso, in azione diretta, e non solo su chiamata, per verificare la corretta applicazione delle misure anti-Covid, ma anche la salute e i bisogni assistenziali degli alunni (e del personale docente) non-Covid. Questo l'annuncio della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi) pronta a scendere in campo con le proprie forze. Un infermiere, sottolinea la Fnopi, che di fatto c'è già, ed è l'infermiere di famiglia e comunità. "La nostra Federazione assicura la massima collaborazione alle istituzioni per consentire una riapertura in sicurezza delle scuole", dice la presidente di Fnopi, Barbara Mangiacavalli.    La funzione dei novemila infermieri quella allertare e attivare in caso di necessità il medico del dipartimento di prevenzione a cui il plesso scolastico fa riferimento e funzionare da contatto diretto con il dirigente scolastico o un suo incaricato (referente scolastico per COVID19).

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