
La percezione del tatto non dipende solo dal contatto fisico: il cervello sente un tocco solo se riconosce quella parte del corpo come propria.
"Per percepire un tocco non serve essere toccati davvero: basta riconoscere quella parte del corpo come nostra". Da qui il risultato di uno studio brillante condotto dalla collaborazione dell’Università di Torino e dall’Università di Milano-Bicocca, pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences.
La ricerca, intitolata 'Body ownership gates tactile awareness by reshaping the somatosensory functional connectivity', mette in evidenza come la percezione del tatto non dipenda soltanto dallo stimolo fisico ma anche dal senso di appartenenza corporea. Il nostro cervello percepisce un tocco solo se prima, riconosce come propria, la parte del corpo che è coinvolta.
L’illusione della mano di gomma e le implicazioni cliniche
I ricercatori, per esaminare il meccanismo, hanno utilizzato l’illusione della mano di gomma. Dopo aver indotto nei partecipanti la sensazione che una mano artificiale fosse la propria, sono stati applicati stimoli tattili sia sulla mano finta sia su quella reale.
I risultati ottenuti sono stati sorprendenti. Hanno dimostrato che, quando la mano di gomma viene percepita come parte del corpo, i partecipanti riferiscono di sentire il tocco anche se questo è applicato esclusivamente sulla mano finta. E il tocco reale sulla mano vera diventa meno percepibile.
Proseguendo è quindi emerso che, quando il tocco è visto sulla mano di gomma riconosciuta come personale, il dialogo tra le aree cerebrali aumenta. Al contrario, quando è applicato sulla mano reale, esclusa dalla rappresentazione corporea, questa comunicazione si riduce notevolmente.
Le dichiarazioni di Pisoni e Garbarini
Alberto Pisoni del Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, il primo autore dello studio ha dichiarato: "I dati confermano il ruolo della comunicazione fra aree cerebrali per supportare funzioni cognitive complesse. La conoscenza di tali meccanismi può portare a tecniche in grado di migliorare condizioni cliniche dove l'accesso all'informazione sensoriale risulta alterato da patologie neurologiche o psichiatriche".
Francesca Garbarini, docente al Dipartimento di Psicologia e coordinatrice del Manibus Lab dell’Università di Torino ha invece dichiarato: "Ci aspettiamo che questa procedura apra la strada a futuri interventi sperimentali su portatori di protesi".
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