
La fragilità del paziente non riduce la responsabilità assistenziale del medico
Nella pratica quotidiana della sanità pubblica i pazienti "semplici" sono sempre meno. I quadri clinici complessi rappresentano oggi una parte importante dell’attività assistenziale. È proprio in questi contesti che si possono verificare gli eventi più difficili da interpretare, perché il confine tra evoluzione naturale della malattia ed eventuale conseguenza dell’assistenza non è mai netto.
Una recente ordinanza della Corte di Cassazione interviene su questo punto con un messaggio che riguarda direttamente chi lavora nei reparti: la fragilità del paziente non attenua il dovere di cura né neutralizza gli effetti di un errore o di una criticità organizzativa.
Pazienti complessi non significa esiti inevitabili
Nel lavoro clinico può farsi largo l’idea che, quando un paziente è già gravemente compromesso, un esito negativo sia in qualche modo prevedibile se non inevitabile. La Cassazione invece chiarisce che questa impostazione non è corretta. Se l’assistenza sanitaria contribuisce a peggiorare una condizione già fragile, quel contributo resta rilevante, anche quando esistono fattori biologici o patologici preesistenti.
In altre parole, la complessità clinica non abbassa l’asticella della responsabilità, ma la rende più esigente. Proprio perché il margine di compenso è ridotto, ogni deviazione dalle buone pratiche pesa di più sugli esiti.
Il caso clinico che ha portato alla decisione
Il caso esaminato riguarda una neonata prematura, ricoverata subito dopo il parto. Durante la degenza ospedaliera la bambina contrae due infezioni gravi, trattate con una terapia antibiotica intensiva. Nel tempo emerge una compromissione permanente dell’udito, con un’invalidità significativa.
Nei primi gradi di giudizio il risarcimento viene negato, perché la perdita uditiva viene attribuita all’immaturità del nervo acustico, condizione biologica legata alla prematurità. Poiché la medicina non era in grado di dimostrare con certezza che senza l’infezione l’esito sarebbe stato diverso, il danno viene considerato "naturale".
La Cassazione ribalta questa lettura, chiarendo che l’assenza di certezze assolute non autorizza a escludere il ruolo dell’assistenza.
Ciò che conta è la traiettoria clinica
Il punto centrale, tradotto in termini operativi, è che non è necessario dimostrare che il paziente sarebbe stato sano senza l’evento assistenziale. È sufficiente accertare che quell’evento abbia modificato in senso peggiorativo la traiettoria clinica.
Se un’infezione correlata all’assistenza, un ritardo diagnostico o una scelta terapeutica non ottimale hanno inciso sull’esito, anche in un quadro già compromesso, la responsabilità resta. L’errore non deve essere l’unica causa, ma una delle cause.
Per il medico questo significa che la qualità dell’assistenza conta sempre, anche quando il paziente parte da una condizione sfavorevole.
Documentazione e organizzazione diventano decisive
Quando non è possibile stabilire con precisione quanto del danno sia dovuto alla patologia di base e quanto all’assistenza, l’incertezza non può tradursi in una negazione del problema. In questi casi la valutazione si sposta sulla coerenza del percorso assistenziale, sulla tracciabilità delle decisioni cliniche e sull’aderenza alle buone pratiche.
La documentazione clinica, la gestione del rischio infettivo e la qualità dei processi organizzativi diventano elementi centrali, non solo sul piano legale, ma su quello propriamente professionale.
Un messaggio complesso per la sanità di oggi
La decisione richiama una realtà ormai evidente: la sanità del presente e del futuro è fatta sempre più di pazienti fragili, complessi, con margini di recupero ridotti. La loro vulnerabilità non attenua il dovere di cura, ma impone maggiore attenzione, appropriatezza e continuità assistenziale.
Allo stesso tempo, però, questa pronuncia espone il personale sanitario a un aumento del rischio di contenzioso, ampliando l’area di incertezza operativa in cui i medici sono chiamati a prendere decisioni difficili, spesso in condizioni di carenza di risorse, personale e tempo. Il rischio è che la responsabilità venga percepita come sempre più individuale, anche quando le criticità hanno una chiara matrice organizzativa.
Se letta nel suo spirito, tuttavia, la sentenza non è un atto di accusa verso i medici, ma un richiamo al sistema nel suo insieme. La qualità dell’assistenza nei contesti complessi non può essere garantita solo dalla competenza del singolo professionista, ma richiede organizzazioni solide, protocolli adeguati, prevenzione del rischio clinico e condizioni di lavoro che consentano decisioni appropriate. Senza questi presupposti, il peso della fragilità dei pazienti rischia di ricadere ingiustamente su chi è in prima linea.
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