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Politerapia in oncologia, l’allarme degli esperti: “Interazioni farmacologiche implicate fino al 4% dei decessi”

Oncologia Redazione DottNet | 27/02/2026 12:14

Alla Statale di Milano il primo Convegno nazionale sul rischio clinico legato all’uso concomitante di più farmaci nei pazienti con tumore. Multidisciplinarietà e Patient-Reported Outcomes al centro del cambiamento.

Due pazienti oncologici su tre in trattamento attivo sono esposti al pericolo di interazioni tra medicinali. Nei casi più severi, queste condizioni incidono sul 2% dei ricoveri e possono contribuire fino al 4% dei decessi correlati al cancro. Un impatto ancora poco riconosciuto, nonostante le ripercussioni su sopravvivenza, tollerabilità delle cure e sostenibilità del sistema sanitario.

Il tema è stato al centro del Convegno nazionale ospitato dall’Università degli Studi di Milano, che ha riunito oncologi, farmacologi e psiconcologi per affrontare la complessità della politerapia nelle neoplasie.

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Nel 2025 in Italia si stimano circa 390mila nuove diagnosi oncologiche. In questo scenario, l’associazione tra trattamenti antitumorali e terapie di supporto – antiemetici, corticosteroidi, analgesici, anticonvulsivanti – aumenta la probabilità di interferenze farmacocinetiche e farmacodinamiche. Il risultato può essere una riduzione dell’attività antineoplastica o l’insorgenza di eventi avversi inattesi, talvolta legati anche all’assunzione autonoma di integratori o farmaci da banco.

La gestione delle interazioni richiede una valutazione personalizzata”, hanno sottolineato i relatori. Le nuove molecole orali e le terapie a bersaglio molecolare hanno ampliato le opzioni terapeutiche, ma anche le criticità: in un’analisi su oltre 5.600 episodi di interazione, i farmaci mirati erano coinvolti nel 63% dei casi, più dei citotossici tradizionali e delle terapie endocrine.

Un capitolo a parte riguarda l’immunoterapia. Gli inibitori dei checkpoint immunitari possono perdere efficacia se somministrati insieme ad antibiotici, steroidi o inibitori di pompa protonica, a causa delle modifiche indotte sul microbiota intestinale o sull’equilibrio immunitario.

Accanto alla dimensione clinico-farmacologica, il convegno ha evidenziato il valore dell’approccio psiconcologico. Nelle fasi avanzate di malattia, la decisione terapeutica implica un bilanciamento tra benefici attesi, proporzionalità dell’intervento e qualità di vita. In questo contesto assumono rilievo i Patient-Reported Outcomes (PRO), strumenti standardizzati che raccolgono direttamente la percezione del paziente su sintomi ed effetti collaterali.

Nonostante le evidenze, solo una minoranza delle strutture ospedaliere adotta un monitoraggio sistematico dei PRO. Rafforzare la collaborazione tra specialisti e integrare stabilmente la voce del paziente nel processo decisionale rappresenta, secondo gli esperti, la strategia chiave per ridurre i rischi della politerapia e migliorare l’appropriatezza delle cure oncologiche.

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