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Allergie alimentari: quando un boccone può diventare un’emergenza vitale

Allergologia Lucia Oggianu | 23/04/2026 11:13

Dal rischio di shock anafilattico alle nuove terapie di desensibilizzazione: riconoscere e trattare precocemente l’allergia alimentare può salvare la vita. Il punto con il professor Cristiano Caruso, Policlinico Gemelli IRCCS

Un alimento in apparenza innocuo può trasformarsi, in pochi minuti, in una minaccia letale. Le allergie alimentari rappresentano un problema sanitario in crescita, spesso sottovalutato fino a quando non si manifesta nelle sue forme più gravi. In Italia colpiscono almeno il 4-5% della popolazione e, in circa 1 caso su 10, espongono al rischio di shock anafilattico. Al Policlinico Gemelli IRCCS, centro di riferimento della Rete Lazio-Abruzzo, la desensibilizzazione alimentare è già realtà clinica, anche negli adulti.

Basi immunologiche e distribuzione degli allergeni

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"Con il termine allergia alimentare si intende una reazione avversa causata da una risposta immunitaria specifica e ripetibile verso un determinato alimento", spiega il professor Cristiano Caruso, segretario alla Presidenza della Società Italiana di Allergologia, Asma e Immunologia Clinica (SIAAIC), professore aggregato di Medicina Interna all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore della UOSD di Allergologia e Immunologia clinica della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS.

Le allergie alimentari sono più frequenti in età pediatrica, ma non risparmiano l’adulto e presentano una distribuzione geografica variabile. In Italia gli allergeni più comuni sono latte, uova, arachidi e frutta secca, crostacei e pesce. Un capitolo a parte riguarda le Lipid Transfer Protein (LTP), proteine presenti in frutta, ortaggi e cereali, in grado di causare reazioni sistemiche anche gravi: "Sono particolarmente rappresentate nella pesca e nelle Rosaceae, con una maggiore concentrazione nella buccia", precisa Caruso.

Anafilassi: la reazione più temuta

La manifestazione clinica più grave dell’allergia alimentare è la reazione anafilattica, un evento acuto e potenzialmente fatale. "Insorge rapidamente, spesso in pochi secondi o minuti, e coinvolge cute, apparato respiratorio e sistema cardiovascolare", sottolinea l’esperto.

I sintomi possono includere prurito intenso, orticaria, edema di labbra e lingua, nausea, vomito, dispnea ingravescente e un improvviso calo della pressione arteriosa. "In assenza di un intervento immediato, lo shock anafilattico può portare al decesso nel giro di pochi minuti", avverte Caruso.

Cosa fare in caso di emergenza

Davanti a una reazione allergica grave, il tempo è un fattore decisivo. "È fondamentale chiamare subito il numero di emergenza sanitaria", ribadisce Caruso. Nei soggetti con diagnosi nota di allergia alimentare, l’adrenalina va somministrata tempestivamente per via intramuscolare tramite auto-iniettore ai primi segni di anafilassi.

Il paziente deve essere mantenuto in posizione supina, con gli arti sollevati, e non deve essere lasciato solo fino all’arrivo dei soccorsi. Il percorso terapeutico proseguirà poi in pronto soccorso e, nei casi più severi, in terapia intensiva.

La diagnosi dopo una reazione grave

Superata la fase acuta, la diagnosi allergologica richiede metodo e tempistiche corrette. "È necessario attendere 4-6 settimane prima di effettuare gli accertamenti, per consentire al sistema immunitario di stabilizzarsi", spiega Caruso.

L’iter diagnostico comprende un’anamnesi dettagliata, esami sierologici mirati e test cutanei. L’allergologia molecolare consente oggi di identificare le singole proteine responsabili — come caseina, ovomucoide, LTP, parvalbumine o tropomiosine — migliorando la stratificazione del rischio e la personalizzazione del trattamento. "I prick test restano uno strumento utile per confermare la diagnosi, purché eseguiti in condizioni corrette e da personale esperto", aggiunge.

Quando e come desensibilizzare il paziente

Nei pazienti che hanno già avuto uno shock anafilattico, la valutazione pre-terapeutica è fondamentale. "Prima di avviare la desensibilizzazione occorre indagare la presenza di fattori di rischio aggiuntivi, come l’assunzione di Fans, l’esercizio fisico, l’alcol o alcune terapie concomitanti", spiega Caruso. Utile anche il dosaggio della triptasi basale per escludere condizioni come la mastocitosi.

Il trattamento desensibilizzante prevede la somministrazione progressiva dell’alimento, inizialmente in forma diluita per via sublinguale, poi per via orale, fino a raggiungere una dose di mantenimento. "Una volta completato il percorso, l’alimento deve essere assunto regolarmente per mantenere la tolleranza", chiarisce l’esperto.

Nuove prospettive terapeutiche

La ricerca apre scenari promettenti, soprattutto per l’allergia alle arachidi, la più diffusa negli Stati Uniti e sempre più presente anche in Europa. "Sono in corso trial clinici di fase 3 con nuovi farmaci biologici mirati, come gli inibitori della tirosin-chinasi di Bruton, tra cui il remibrutinib", racconta Caruso. Il Policlinico Gemelli IRCCS è uno dei centri italiani coinvolti in questi studi, confermandosi punto di riferimento nazionale e internazionale nel campo delle allergie alimentari e delle terapie innovative.

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