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Rischio cardiovascolare residuo: perché controllare l’infiammazione può fare la differenza nella prevenzione dell’aterosclerosi

Una revisione della letteratura evidenzia il ruolo centrale dell’infiammazione cronica nella malattia cardiovascolare aterosclerotica. Dalla proteina C-reattiva ad alta sensibilità alla colchicina, fino ai nuovi farmaci biologici, emergono strategie
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Nonostante i progressi delle terapie ipolipemizzanti, la malattia cardiovascolare aterosclerotica (ASCVD) continua a rappresentare la prima causa di mortalità a livello globale. Secondo una recente revisione della letteratura, una quota significativa del rischio cardiovascolare persiste anche nei pazienti che hanno raggiunto un adeguato controllo del colesterolo LDL, a causa di uno stato di infiammazione cronica di basso grado.

Le evidenze disponibili indicano che circa due terzi dei pazienti con ASCVD presentano un rischio infiammatorio residuo, identificabile attraverso valori elevati della proteina C-reattiva ad alta sensibilità (hsCRP), biomarcatore sempre più riconosciuto per la sua capacità di predire eventi cardiovascolari. L’aterosclerosi è oggi considerata una patologia lipidico-infiammatoria: se da un lato le lipoproteine LDL favoriscono la formazione della placca aterosclerotica, dall’altro la risposta immunitaria alimenta un’infiammazione persistente che ne aumenta l’instabilità, favorendo complicanze come infarto miocardico e ictus. Per questo motivo, il controllo dei lipidi, pur fondamentale, non è sufficiente ad azzerare il rischio.

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Gli autori della revisione propongono di integrare nella pratica clinica il dosaggio della hsCRP nei pazienti con ASCVD, per identificare coloro che potrebbero beneficiare di interventi mirati sull’infiammazione.

Tra le strategie terapeutiche più consolidate emerge la colchicina a basso dosaggio (0,5 mg/die), farmaco impiegato da anni in ambito reumatologico che ha dimostrato di ridurre gli eventi cardiovascolari maggiori agendo su un meccanismo distinto rispetto alle statine. Le prove disponibili hanno portato all’approvazione della molecola per specifiche indicazioni cardiovascolari da parte della FDA e al suo inserimento nelle Linee guida ESC 2024 per la prevenzione secondaria nei pazienti con rischio infiammatorio residuo, sebbene il suo utilizzo nella pratica clinica resti ancora contenuto. La colchicina è generalmente ben tollerata, ma richiede un’attenta selezione dei pazienti, soprattutto in presenza di insufficienza renale o epatica, e un monitoraggio per possibili effetti gastrointestinali e interazioni farmacologiche.

La revisione guarda anche alle prospettive future. Tra le innovazioni diagnostiche figura la valutazione del grasso pericoronarico mediante tecniche di imaging avanzato, che potrebbe consentire una stima indiretta dell’infiammazione coronarica e una migliore stratificazione del rischio. Sul fronte terapeutico, è in fase di sviluppo ziltivekimab, anticorpo monoclonale diretto contro l’interleuchina-6, con l’obiettivo di ridurre ulteriormente il rischio cardiovascolare residuo.

Secondo gli autori, la prevenzione cardiovascolare del futuro dovrà affiancare al controllo del colesterolo una gestione mirata dell’infiammazione, adottando un approccio integrato capace di intervenire sui principali meccanismi che guidano la progressione dell’aterosclerosi.

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