
Le scelte quotidiane possono contribuire a contrastare il peso dell’ereditarietà. Un’alimentazione con una presenza contenuta di cibi ultra-processati, abbinata a una regolare attività fisica, potrebbe ridurre sensibilmente la probabilità di sviluppare il diabete di tipo 2, anche quando il profilo genetico indica una marcata predisposizione. È quanto emerge da una ricerca condotta sui dati di quasi 57 mila adulti britannici e presentata al congresso annuale dell’European Association for the Study of Diabetes (EASD), in programma a Milano fino al 2 ottobre.
Sotto esame alimentazione, movimento e predisposizione genetica
Il diabete di tipo 2 non dipende da un solo fattore, ma dall’interazione tra predisposizione individuale e abitudini di vita. Per comprendere meglio questo rapporto, i ricercatori della City University of Hong Kong, nelle sedi di Hong Kong e Dongguan, hanno analizzato i dati di 56.964 partecipanti alla UK Biobank, con un’età media di 69,5 anni. «Questa patologia è causata da una combinazione tra la suscettibilità genetica di una persona e il suo stile di vita – ha spiegato Wenxin Xu, ricercatrice della City University of Hong Kong e responsabile dello studio – Mangiare più alimenti ultra-processati (UPF) è associato a un rischio maggiore, mentre l’attività fisica esercita un effetto protettivo».
Il consumo di UPF è stato valutato attraverso questionari alimentari sulla base del sistema di classificazione Nova. I livelli di attività fisica da moderata a vigorosa sono stati invece misurati mediante dispositivi indossati al polso per una settimana. La predisposizione al diabete è stata stimata utilizzando i dati genetici dei partecipanti.
Ogni aumento dei cibi ultra-processati pesa sul rischio
Nel corso di un follow-up medio di 7,8 anni, 926 partecipanti hanno sviluppato il diabete di tipo 2. L’analisi ha rilevato che, per ogni incremento del 10% in peso della quota di alimenti ultra-processati nella dieta, il rischio della malattia aumentava del 7%. Al contrario, le persone che raggiungevano almeno 150 minuti alla settimana di attività fisica da moderata a vigorosa, come raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità, presentavano una probabilità inferiore del 39% di sviluppare la patologia rispetto a chi si muoveva meno.
In questa categoria rientrano attività capaci di aumentare la frequenza cardiaca e respiratoria, tra cui camminare a passo sostenuto, andare in bicicletta, fare escursioni o portare a spasso il cane. Possono essere considerate anche alcune attività domestiche e di giardinaggio, purché richiedano uno sforzo fisico continuativo.
Benefici anche per chi presenta un rischio genetico elevato
I risultati più significativi riguardano le persone con una forte predisposizione genetica. In questo gruppo, un consumo ridotto di alimenti ultra-processati, pari a circa l’11% o meno della quantità complessiva di cibo assunta in peso, era associato a una riduzione del rischio del 35%. Raggiungere i livelli raccomandati di attività fisica era invece correlato a una diminuzione del 33%. Il movimento sembrerebbe offrire una protezione anche quando la quota di alimenti ultra-processati è elevata. Tra i partecipanti nei quali questi prodotti rappresentavano circa un terzo o più dell’alimentazione complessiva, rispettare le raccomandazioni sull’attività fisica era associato a una riduzione del rischio del 31% nelle persone con elevata suscettibilità genetica, del 57% in quelle con rischio intermedio e del 58% in quelle con rischio genetico basso.
Dieta e attività fisica funzionano meglio insieme
L’effetto più rilevante è stato osservato quando le due abitudini venivano combinate. Un consumo contenuto di cibi ultra-processati, insieme a un livello adeguato di esercizio, era associato a una diminuzione del rischio di diabete del 49% tra le persone maggiormente predisposte sul piano genetico. La riduzione raggiungeva il 70% nel gruppo con suscettibilità intermedia e il 59% in quello a basso rischio genetico. Secondo gli autori, questi dati mostrano l’importanza di considerare i diversi aspetti dello stile di vita nel loro insieme, anziché intervenire su ciascuno isolatamente.
«Finora non era chiaro se un minore consumo di alimenti ultra-processati potesse attenuare la suscettibilità genetica, né se l’esercizio fisico aiutasse a compensare l’impatto di questi prodotti – ha osservato Wenxin Xu – È importante comprenderlo perché, a differenza della predisposizione genetica, alimentazione e attività fisica possono essere modificate: sono aspetti sui quali le persone possono intervenire».
Un’associazione importante, ma non una prova di causa-effetto
Gli stessi ricercatori invitano a interpretare i risultati con cautela. Lo studio è infatti osservazionale: può individuare associazioni tra comportamento e salute, ma non dimostrare che la riduzione degli alimenti ultra-processati o l’aumento dell’attività fisica siano direttamente responsabili del minor numero di diagnosi. Le evidenze risultano comunque coerenti con le raccomandazioni che invitano a seguire un’alimentazione equilibrata e a mantenersi attivi per prevenire o ritardare l’insorgenza del diabete di tipo 2.
«Il nostro studio indica che i geni non sono il nostro destino – ha concluso l’esperto – Anche tra le persone con un’elevata suscettibilità genetica al diabete di tipo 2, un consumo più basso di alimenti ultra-processati e una regolare attività fisica da moderata a vigorosa erano associati a un rischio sostanzialmente inferiore. Non possiamo affermare che il diabete di tipo 2 possa essere sempre evitato, ma i risultati suggeriscono che scelte di vita salutari possono contribuire a ridurne il rischio, indipendentemente dal proprio patrimonio genetico».




Ogni giorno pubblichiamo per te tanti contenuti e li organizziamo perchè tu possa sempre trovare ciò che vuoi.