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Microbiota e diabete: i batteri dell’intestino possono predire il rischio prima degli esami del sangue

Uno studio identifica una “firma batterica” associata al diabete di tipo 2 anche in individui con glicemia normale. La scoperta potrebbe aprire nuove strade per la prevenzione precoce
Diabetologia
Congressi

La strada che porta al diabete di tipo 2 inizia nell'intestino molto prima che la glicemia segnali un problema. È quanto emerge da una ricerca presentata al congresso della European Association for the Study of Diabetes (EASD), che ha identificato una specifica "firma batterica" associata al rischio di sviluppare la malattia anche in persone con livelli di glucosio nella norma. L'analisi ha coinvolto oltre 229 mila adulti e apre nuove prospettive per una prevenzione sempre più precoce e personalizzata.

Una nuova finestra sul rischio metabolico

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Oggi il diabete di tipo 2 viene diagnosticato attraverso esami che misurano i livelli di zucchero nel sangue, come emoglobina glicata (HbA1c), glicemia a digiuno e curva da carico orale di glucosio. Questi test, tuttavia, non consentono di individuare chi presenta una glicemia normale ma è destinato a sviluppare la malattia negli anni successivi. La stima del rischio si basa quindi principalmente su fattori come età, sesso, indice di massa corporea (BMI) e familiarità. Questi risultati suggeriscono che il microbiota intestinale possa aggiungere informazioni preziose, permettendo di intercettare più precocemente le alterazioni metaboliche che precedono il diabete.

Lo studio su oltre 229 mila adulti

La ricerca è stata coordinata dal dottor Gabriel Baldanzi, del Laboratory of Computational Metagenomics, e dal professor Nicola Segata, che dirige il laboratorio presso il Dipartimento CIBIO dell’Università di Trento, in collaborazione con ricercatori britannici. Gli studiosi hanno analizzato dati metagenomici, cioè le sequenze del DNA dei microrganismi presenti nell’intestino, e informazioni cliniche relative a 229.025 adulti con età media di 50 anni, di cui quasi il 74% costituito da donne. Tra loro, 3.627 persone avevano una diagnosi di diabete di tipo 2, 14.022 erano affette da prediabete e oltre 211 mila presentavano livelli normali di glucosio nel sangue.

Identificate specie batteriche associate al diabete

L'analisi ha individuato 789 specie batteriche associate al diabete di tipo 2, un numero che evidenzia la complessità delle alterazioni che accompagnano la malattia. Di queste, 168 risultavano più abbondanti nelle persone con diabete, mentre 621 erano presenti in quantità inferiori. Tra gli esempi segnalati dagli autori figura Enterocloster bolteae, una specie risultata più frequente nei soggetti con diabete e già associata in precedenza a una peggiore salute metabolica e cardiovascolare. Al contrario, Romboutsia timonensis appariva meno abbondante nei pazienti diabetici. Particolarmente interessante è il fatto che molte delle specie identificate non erano mai state coltivate o studiate in laboratorio.

La stessa firma batterica compare prima della malattia

Per capire se queste alterazioni precedessero la comparsa del diabete, i ricercatori hanno analizzato i dati di oltre 135 mila partecipanti con glicemia normale. I risultati hanno mostrato che le persone i cui livelli di zucchero nel sangue rimanevano elevati più a lungo dopo un pasto, segno di una possibile insulino-resistenza iniziale, presentavano più frequentemente lo stesso schema di alterazioni batteriche osservato nei soggetti con diabete conclamato. Inoltre, l'intensità di questa "firma microbica" aumentava progressivamente con l'incremento della resistenza all'insulina. Secondo gli autori, ciò suggerisce che i cambiamenti del microbiota intestinale possano essere rilevati molto prima dell'insorgenza delle anomalie glicemiche utilizzate oggi per la diagnosi.

Un aiuto per motivare i cambiamenti dello stile di vita

Gli autori sottolineano che l'analisi del microbiota non dovrebbe sostituire gli esami diagnostici standard, semmai affiancarli. «Sappiamo che modifiche dello stile di vita, come alimentazione e attività fisica, possono prevenire o ritardare l'insorgenza del diabete di tipo 2 – spiega Baldanzi – Tuttavia le persone spesso faticano a percepire se questi cambiamenti stiano realmente funzionando. Se riuscissimo a rilevare precoci modifiche del microbiota intestinale e a mostrarle al paziente, questo potrebbe rappresentare una forte motivazione a proseguire nel percorso». Il monitoraggio del microbiota intestinale potrebbe quindi diventare uno strumento utile non solo per identificare il rischio, ma anche per valutare la risposta agli interventi di prevenzione.

Nuove specie batteriche mai descritte prima

Uno degli aspetti più innovativi della ricerca riguarda la scoperta di batteri finora sconosciuti. «Molte delle specie che compongono la firma batterica associata al diabete sono completamente non caratterizzate e sono state identificate per la prima volta direttamente dai dati metagenomici. In altre parole, si tratta di microrganismi nuovi per la scienza», spiega Segata.

Sebbene siano necessari ulteriori studi per comprendere il ruolo preciso di questi microrganismi e verificare come utilizzare queste informazioni nella pratica clinica, i risultati rafforzano l'idea che il microbiota intestinale sia strettamente coinvolto nella regolazione del metabolismo. La possibilità di individuare una firma batterica associata al diabete di tipo 2 prima della comparsa delle alterazioni della glicemia potrebbe in futuro consentire strategie di prevenzione più tempestive e personalizzate, intervenendo quando il danno metabolico è ancora reversibile.

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