
Il digiuno di 8-12 ore prima di un prelievo di sangue è una pratica consolidata, nata soprattutto in relazione alla valutazione di glucosio e lipidi e progressivamente estesa a un numero più ampio di esami. Tuttavia, quanto la durata del digiuno influenzi realmente i risultati dei test di laboratorio e, soprattutto, se le differenze osservate abbiano una rilevanza clinica non è stato finora chiarito per un ampio pannello di analiti.
A questa domanda ha cercato di rispondere uno studio trasversale condotto in un ospedale universitario della Corea del Sud, utilizzando i dati del sistema informativo di laboratorio raccolti tra febbraio 2021 e dicembre 2023. L’analisi ha incluso 101.148 pazienti ambulatoriali adulti con durata del digiuno documentata e 9.755.547 risultati relativi a 372 tipologie di test, riconducibili a 121 analiti considerati nell’analisi principale.
I ricercatori hanno confrontato i risultati tenendo conto di età, sesso e reparto di provenienza considerando tre intervalli di digiuno (meno di 8 ore, da 8 a 12 ore e oltre 12 ore). Un elemento particolarmente rilevante del disegno è stato il confronto per lo stesso paziente, possibile nei soggetti sottoposti a più prelievi in condizioni differenti di digiuno. Questo approccio ha permesso di ridurre l’influenza delle differenze individuali che possono confondere i confronti tra gruppi di pazienti diversi.
I risultati mostrano che, nei confronti tra i tre gruppi di digiuno, 27 dei 121 analiti presentavano differenze superiori alle rispettive specifiche di performance analitica (APS), un parametro utilizzato per distinguere variazioni potenzialmente rilevanti da differenze analitiche di entità contenuta.
Quando l’analisi è stata ripetuta attraverso confronti appaiati all’interno degli stessi individui, tuttavia, soltanto 10 analiti hanno confermato differenze superiori alle APS. Il risultato suggerisce quindi che una parte delle differenze osservate nei confronti tra gruppi possa essere stata determinata da caratteristiche differenti dei pazienti e non esclusivamente dalla durata del digiuno.
Tra gli analiti per i quali sono state confermate differenze figurano glucosio, trigliceridi, γ-glutamil transferasi (GGT) e lipasi. Rispetto ai soggetti con un digiuno più lungo, nei pazienti con meno di 8 ore di digiuno le concentrazioni risultavano superiori rispettivamente del 10,8% per il glucosio, del 20,1% per i trigliceridi, del 14,8% per la GGT e del 36,4% per la lipasi.
Un risultato particolarmente interessante riguarda invece il confronto tra 8-12 ore e oltre 12 ore di digiuno: nessun analita ha mostrato una differenza. Questo dato non suggerisce quindi un vantaggio sistematico di un digiuno superiore alle 12 ore rispetto alla finestra compresa tra 8 e 12 ore.
I ricercatori hanno inoltre analizzato l’andamento dei valori nelle persone che avevano digiunato per meno di 8 ore, suddividendo il periodo postprandiale in intervalli di 30 minuti. In questo gruppo, glucosio e lattato diminuivano significativamente all’aumentare della durata del digiuno, mentre per i lipidi non è emersa una tendenza lineare significativa.
Nel complesso, la maggior parte degli esami di laboratorio considerati è risultata minimamente influenzata dalla durata del digiuno. Il dato mette quindi in discussione l'opportunità di applicare automaticamente lo stesso requisito preanalitico a tutti gli analiti, soprattutto quando il digiuno prolungato non è necessario per l’esame specifico.
Gli autori sottolineano però che i risultati non equivalgono all’eliminazione generalizzata del digiuno prima dei prelievi. Piuttosto, sostengono un approccio analita-specifico, nel quale l’eventuale necessità di una determinata durata di digiuno sia stabilita sulla base della sensibilità del singolo parametro alle condizioni postprandiali.
La distinzione è rilevante anche sul piano della pratica di laboratorio: una variazione statisticamente significativa non coincide necessariamente con una variazione clinicamente importante. Per questo motivo, lo studio ha confrontato i risultati con specifiche di performance analitica basate sulla variabilità biologica, cercando di identificare differenze sufficientemente ampie da poter avere una maggiore rilevanza.
I risultati indicano dunque che, per la maggior parte degli esami di routine, la durata del digiuno avrebbe un impatto limitato, mentre per alcuni analiti specifici il rispetto di adeguate condizioni preanalitiche rimane importante. Saranno necessari ulteriori studi per valutare come questi risultati possano essere tradotti in raccomandazioni operative e in requisiti di preparazione al prelievo sempre più mirati.


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