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Vaccini, Pregliasco: "Sono vittime del loro stesso successo"

Le malattie diventate rare riducono la percezione del rischio, mentre ciò che accade dopo una vaccinazione viene facilmente attribuito al vaccino
Vaccini

Un farmaco viene assunto quando esiste già un problema e il suo beneficio può essere percepito direttamente. Un vaccino viene invece somministrato a una persona sana per impedire un evento futuro che potrebbe anche non verificarsi. È in questa asimmetria che Fabrizio Pregliasco individua una delle ragioni profonde della difficoltà nel comunicare il valore della prevenzione vaccinale.

Professore associato di Igiene generale e applicata e direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell'Università degli Studi di Milano, Pregliasco parte dal confronto con l'esperienza quotidiana dei farmaci.

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"Hai mal di testa, prendi il farmaco che hai sotto mano, magari non leggi neanche il bugiardino, e poi il farmaco ti risolve il problema. Quindi c'è un'immediata consapevolezza da parte della persona del risultato: sto male, prendo il farmaco, sto meglio".

Con la vaccinazione il meccanismo è opposto. "Il vaccino lo si fa mentre si sta bene. Non si avrà mai la certezza che ci sia servito davvero, cioè che il virus al quale siamo stati esposti ci avrebbe effettivamente fatto ammalare. Quindi non c'è quella soddisfazione, se vogliamo chiamarla così, personale e immediata. C'è soprattutto un dato statistico".

Quando la malattia non si vede più

La percezione può ridursi ulteriormente quando le conseguenze di una malattia infettiva scompaiono dall'esperienza quotidiana. È il paradosso prodotto dall'efficacia stessa della prevenzione.

"I vaccini, in genere, sono in qualche modo proprio vittime del loro successo, perché fanno sparire la percezione della malattia".

Pregliasco lo spiega attraverso un ricordo familiare.

"Mio zio aveva avuto la poliomielite. Me lo ricordo, lo zio Gino. Ha convissuto per tutta la vita con questa sua gamba, con gli esiti della paralisi flaccida. Quindi per mia madre era evidente l'importanza di portarmi a fare il vaccino. Adesso i miei figli hanno il ricordo, per modo di dire, di una persona di due generazioni prima, che non hanno mai visto e di cui hanno soltanto sentito parlare. Quindi la percezione della malattia per loro è inevitabilmente molto più bassa".

Lo stesso meccanismo può agire nell'adulto che ha sempre considerato un'infezione come un evento gestibile e non tiene conto del cambiamento del rischio con l'avanzare dell'età.

"Una persona può dire: 'Ma io l'influenza l'ho sempre fatta'. Non si rende conto che, con l'aumentare dell'età, quella stessa influenza può diventare progressivamente più pesante".

Il diverso peso attribuito agli eventi avversi

Alla ridotta visibilità del beneficio si accompagna una maggiore attenzione a qualsiasi evento che segue temporalmente la vaccinazione.

"Quando ingeriamo un farmaco perché abbiamo mal di denti o mal di testa abbiamo un problema immediato e tendiamo a sottovalutare gli eventi avversi, che possono essere tanti anche per farmaci comunissimi come analgesici e antipiretici. Sul vaccino invece ci facciamo molte più domande".

Durante la pandemia, secondo Pregliasco, questa tendenza è diventata particolarmente evidente. "Tendiamo a creare un'associazione che nel caso del Covid è stata macroscopica: se diventi blu dopo il vaccino, siccome è successo temporalmente dopo la vaccinazione, allora nella percezione è sicuramente colpa del vaccino".

Il risultato è la tendenza a confondere successione temporale e causalità.

Tra no-vax ed esitanti c'è una differenza

In questo quadro Pregliasco distingue la componente ideologicamente contraria alla vaccinazione da una fascia più ampia di persone che mantiene dubbi e può ancora essere raggiunta dalla comunicazione.

"Abbiamo nella popolazione una quota ideologica che è piccola, diciamo intorno al 4-5%. Ma sui vaccini abbiamo anche circa un 10% di esitanti. Sono persone che non hanno quella impermeabilità che caratterizza il no-vax ideologico, quello che ha alle spalle tutte queste idee legate al complottismo e quant'altro".

Per gli esitanti torna centrale proprio il diverso bilancio percepito tra rischio e beneficio.

"Il vaccinato non ha quella soddisfazione che ha una persona quando fa una terapia. Chi sta facendo una terapia perché ha un problema è disposto, per certi versi, anche a subire degli eventi avversi, perché ha l'immediatezza del problema e del possibile beneficio. Il vaccino è diverso. Lo fai quando stai bene e quindi cambia completamente il modo in cui percepisci il rapporto fra beneficio e possibile rischio".

E il problema non finisce con la somministrazione: "Tutto quello che succede dopo la vaccinazione tende a essere attribuito al vaccino: dall'autismo fino, per assurdo, al fatto che ti sei lasciato con tua moglie".

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