
Con l'inizio di ottobre riparte la stagione delle vaccinazioni contro le infezioni respiratorie. L'antinfluenzale torna al centro dell'offerta, insieme alla vaccinazione contro il Covid, soprattutto per anziani, persone fragili e pazienti con patologie croniche. È il momento dell'anno nel quale la prevenzione vaccinale torna maggiormente visibile. Ma è anche l'occasione per allargare lo sguardo oltre la campagna stagionale.
Il calendario vaccinale accompagna infatti la persona per tutta la vita. Eppure, una volta superata l'infanzia, mantenere nel tempo coperture adeguate e completare i richiami diventa molto più difficile.
La stagione 2026-2027 parte con una raccomandazione precisa per l'influenza: la campagna deve iniziare all'inizio di ottobre e la vaccinazione deve continuare a essere offerta agli aventi diritto durante tutta la stagione. Per gli over 65 il riferimento rimane una copertura minima del 75%, con il 95% indicato come livello ottimale.
Numeri che mostrano anche la distanza ancora da colmare. Nell'ultima stagione per la quale sono disponibili dati consolidati, la copertura antinfluenzale italiana si è fermata al 19,6% nella popolazione generale e al 52,5% negli anziani.
Influenza e Covid, la prevenzione torna in primo piano
L'influenza continua a essere percepita spesso come una malattia stagionale inevitabile, ma nelle persone anziane, nei fragili, nelle donne in gravidanza e nei pazienti con patologie croniche può determinare complicanze importanti. La vaccinazione deve inoltre essere ripetuta ogni anno, anche perché la composizione dei vaccini viene aggiornata sulla base dei virus che si prevede circoleranno nella stagione successiva.
Il Covid ha aggiunto un'altra componente alla prevenzione delle infezioni respiratorie. Dopo gli anni delle campagne di massa, la vaccinazione ha assunto progressivamente una dimensione più mirata alle persone nelle quali infezione e malattia mantengono un rischio maggiore di conseguenze severe.
Ma proprio il passaggio dalla vaccinazione straordinaria degli anni della pandemia a una prevenzione ordinaria pone una questione più generale: come mantenere alta l'attenzione quando la percezione del rischio diminuisce?
È un interrogativo che non riguarda soltanto il Covid. Per molte vaccinazioni il successo stesso della prevenzione ha progressivamente allontanato dalla memoria collettiva le conseguenze delle malattie contro le quali si vaccina.
Da Palermo un richiamo sulle malattie che pensavamo lontane
I due casi di difterite registrati durante l'estate a Palermo, in due minori appartenenti allo stesso nucleo familiare, non hanno costituito un cluster epidemico. Sono stati però sufficienti per riportare improvvisamente l'attenzione su una malattia divenuta rara proprio grazie alle vaccinazioni.
La risposta dell'Asp è stata anche organizzativa: aperture straordinarie, open day e potenziamento dell'offerta hanno prodotto in pochi giorni un forte aumento delle somministrazioni e consentito a molte famiglie di iniziare o completare i cicli vaccinali.
È un esempio che contiene due facce della stessa questione. Una malattia quasi scomparsa può tornare a essere percepita come un rischio quando ricompare, mentre la prevenzione dovrebbe funzionare soprattutto prima che questo accada.
Nell'infanzia il sistema italiano dispone anche dello strumento dell'obbligatorietà per dieci vaccinazioni. Questo contribuisce a costruire nei primi anni di vita un percorso relativamente definito, nel quale famiglie, pediatri e servizi vaccinali hanno appuntamenti e scadenze riconoscibili. Il percorso, tuttavia, non termina con l'infanzia.
Il calendario continua, ma diventa più difficile seguirlo
Alcune vaccinazioni richiedono richiami nell'adolescenza e nell'età adulta. Altre diventano raccomandate con l'avanzare dell'età oppure in presenza di determinate condizioni cliniche. A queste si aggiungono le vaccinazioni rivolte a categorie professionali, donne in gravidanza e persone con particolari fattori di rischio.
Il principio è quello della vaccinazione lungo tutto l'arco della vita. Nella pratica, però, dopo l'età pediatrica il percorso diventa meno automatico.
Chi verifica che un adulto abbia effettuato i richiami previsti? Chi intercetta il paziente cronico che avrebbe indicazione a una determinata vaccinazione? Quanto conta il consiglio del medico curante? Quanto incidono la chiamata attiva, la possibilità di vaccinarsi in farmacia, la co-somministrazione e la facilità con cui è possibile raggiungere un punto vaccinale? E ancora: un calendario nazionale produce davvero la stessa possibilità di accesso in ogni territorio?
Sono domande organizzative, ma non soltanto. Riguardano anche il modo in cui viene percepita la prevenzione. Un bambino viene accompagnato attraverso un calendario vaccinale. Un adulto deve molto più spesso ricordarsi di essere ancora una persona da vaccinare.
Dopo il Covid è cambiato anche il modo di parlare di vaccini
Su questo scenario pesa inevitabilmente ciò che è accaduto durante la pandemia. Pochi strumenti sanitari sono stati discussi pubblicamente quanto i vaccini contro il Covid. Alla grande esposizione mediatica della vaccinazione si è accompagnata una polarizzazione che ha trasformato una questione sanitaria anche in terreno di contrapposizione politica e culturale. Resta da capire quanto quella stagione abbia modificato il rapporto con le vaccinazioni nel loro complesso.
C'è poi una questione di comunicazione. Durante la pandemia alcuni medici ed esperti sono diventati volti pubblicamente identificabili della campagna vaccinale. Quanto può essere affidata ai singoli la comunicazione di una politica di prevenzione che dovrebbe avere innanzitutto una forte riconoscibilità istituzionale? E quanto la fiducia personale nel medico può invece diventare decisiva quando una persona deve scegliere se vaccinarsi?
Dalla disponibilità dei vaccini alla capacità di raggiungere le persone
L'Italia dispone di un calendario vaccinale che non si limita all'infanzia e comprende opportunità di prevenzione nelle diverse fasi della vita. Il Piano nazionale di prevenzione vaccinale è stato prorogato per tutto il 2026, mentre è già in preparazione la programmazione per gli anni successivi.
La questione diventa allora capire quanto l'offerta teoricamente disponibile riesca a trasformarsi in vaccinazioni realmente effettuate.
Avere un vaccino, raccomandarlo e riuscire a raggiungere la persona che potrebbe beneficiarne sono tre passaggi diversi. Tra l'uno e l'altro entrano l'organizzazione dei servizi, il ruolo dei medici, le differenze territoriali, la percezione individuale del rischio e la fiducia nelle istituzioni.
La nuova stagione di influenza e Covid riporta questi temi in primo piano. Ma le domande che pone vanno molto oltre l'autunno: riguardano quale posto debba avere la vaccinazione nella prevenzione ordinaria e come accompagnare una persona lungo un calendario che non finisce con l'ultima vaccinazione dell'infanzia.




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