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Vaccini, Pregliasco: "La sovraesposizione degli esperti ha avuto un prezzo"

Dopo l'infodemia del Covid, il virologo indica una strada diversa: meno personalizzazione, più ascolto e una fiducia costruita sulla credibilità
Vaccini

La presenza degli esperti nella comunicazione durante la pandemia è stata utile e in parte necessaria, ma la loro identificazione personale con il messaggio scientifico ha avuto anche conseguenze che oggi devono essere considerate. Per Fabrizio Pregliasco la comunicazione sui vaccini deve diventare meno paternalistica e personalistica, lasciando più spazio alla trasparenza, all'ascolto e anche alla possibilità di ammettere ciò che ancora non si conosce.

Pregliasco è professore associato di Igiene generale e applicata e direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e Medicina preventiva dell'Università degli Studi di Milano. Durante la pandemia è stato uno dei volti più presenti nel dibattito pubblico italiano.

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"Sul Covid c'è stata un'infodemia, una quantità industriale di informazioni. Teniamo conto che è stata la notizia che ha occupato la prima pagina, in senso lato, per mesi e per anni. Nemmeno la guerra in Ucraina o quella di Gaza hanno avuto la stessa continuità temporale e la stessa insistenza".

In quella quantità di informazioni, osserva, "hanno parlato tutti: chi aveva qualcosa da dire, chi voleva dirlo e anche chi trovava conveniente dire una cosa rispetto a un'altra".

"La scienza non dovrebbe essere una questione di fiducia personale"

Uno degli effetti di quella stagione è stata la forte identificazione delle posizioni scientifiche con i singoli esperti che le rappresentavano nei media.

"La scienza non dovrebbe essere una questione di fiducia personale. Quello che vedo anche nei miei confronti è che, come 'virostar', posso piacere io oppure può piacere di più lo stile di altri. Ci può essere uno stile più aggressivo o uno meno aggressivo. Di me, per esempio, dicono che sono più 'democristiano' rispetto ad altri colleghi che si sono esposti".

Il problema, secondo Pregliasco, riguarda però anche una più generale crisi dell'autorevolezza.

"Qui c'è un problema di perdita di autorevolezza delle istituzioni in generale, ma anche di noi esperti. Nei nostri confronti può nascere il dubbio: 'Sono pagati per fare questo, dicono queste cose perché ci guadagnano'. Quindi il problema è proprio quello dell'autorevolezza e della possibilità di costruire una comunicazione trasparente".

"I vaccini non sono una fede"

La risposta non può essere il ritorno a una comunicazione basata semplicemente sull'autorità del medico o dell'istituzione. Per Pregliasco il rapporto deve cambiare.

"Non dovrebbe trattarsi di convincere qualcuno a 'credere nei vaccini'. Non è una fede. Il problema è dare una descrizione dei benefici e dei rischi e mettere la persona nelle condizioni di fare una scelta consapevole". La sintesi è affidata a una distinzione tra autorità e credibilità: "La fiducia non si impone con l'autorità, si costruisce con la credibilità".

A rendere più difficile questo approccio è anche il funzionamento della comunicazione contemporanea, che tende a privilegiare messaggi semplici e contrapposizioni nette. "Oggi tutti i sistemi di comunicazione tendono a semplificare. Producono messaggi che diventano anche volutamente divisivi e quindi comunicare correttamente non è facile, perché tutti gli aspetti medici, in senso lato, richiedono distinguo e differenze".

La lezione della sovraesposizione durante il Covid

Pregliasco non rinnega il ruolo svolto durante la pandemia, ma riconosce le conseguenze della fortissima esposizione pubblica degli esperti.

"Io dico che la mia presenza durante il Covid è stata utile, ma la sovraesposizione ha avuto un prezzo. A mio avviso quella presenza era necessaria anche per la specificità della mia materia, che è l'Igiene e la medicina preventiva. È una disciplina nella quale rientrano proprio il counseling, la comunicazione e l'approccio non soltanto alla prevenzione vaccinale, ma alla prevenzione in generale".

La direzione indicata per il futuro passa quindi meno dalla ricerca di testimonial scientifici e più dalla qualità del rapporto con le persone.

"Oggi il punto è aumentare l'ascolto. Bisogna avere anche la capacità di dire: 'Non lo sappiamo ancora'. Non è una fede. È qualcosa che si conquista attraverso una credibilità costruita nel tempo. Però non è facile".


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