
Ottenere una riduzione dei sintomi non basta più. Nella psoriasi, il traguardo sta diventando una pelle quasi completamente libera dalle lesioni, con un impatto minimo sulla qualità di vita. È il messaggio emerso da una sessione dedicata alla malattia al Congresso della European Academy of Dermatology and Venereology (EADV), dove specialisti internazionali hanno fatto il punto su terapie topiche, farmaci biologici, nuove terapie orali mirate e sulle prospettive di una possibile modifica del decorso della malattia.
Le terapie topiche restano un pilastro del trattamento
Nonostante l'arrivo di farmaci sempre più avanzati, le terapie locali continuano ad avere un ruolo fondamentale. La professoressa Jo Lambert, dermatologa dell'Università di Gand, ha ricordato che i trattamenti topici possono essere utilizzati a tutti i livelli di gravità della malattia e non devono essere considerati sinonimo di forme lievi. «I trattamenti topici sono una modalità terapeutica. Non sono un'etichetta che definisce la gravità della malattia», ha sottolineato. Tra le novità figurano molecole prive di corticosteroidi come tapinarof e roflumilast, che negli studi clinici hanno mostrato risultati promettenti, in particolare nelle aree difficili da trattare come cuoio capelluto e pieghe cutanee.
Biologici, remissione quasi completa per molti pazienti
Negli ultimi anni gli obiettivi terapeutici si sono progressivamente innalzati. Oggi si punta a un controllo quasi totale della malattia, con cute libera dalle lesioni e qualità di vita sostanzialmente normale. La professoressa Julia-Tatjana Maul, dermatologa dell'Università di Zurigo, ha presentato dati che mostrano come circa l'85% dei pazienti trattati con bimekizumab, risankizumab o guselkumab mantenga una risposta PASI 90 anche dopo cinque anni.
Secondo l'esperta, la scelta del biologico dovrebbe però considerare non soltanto l'efficacia, ma anche fattori come comorbidità, desiderio di gravidanza e caratteristiche individuali del paziente. Un tema spesso sottovalutato riguarda inoltre il peso psicologico della malattia. La psoriasi, ha ricordato Maul, può associarsi a livelli di depressione paragonabili a quelli osservati nei pazienti oncologici.
Nuovi farmaci orali sempre più vicini ai biologici
Una delle tendenze più interessanti riguarda lo sviluppo di nuove terapie orali mirate, capaci di avvicinarsi all'efficacia dei biologici. Il professor Curdin Conrad, dermatologo del Centro ospedaliero universitario di Losanna, ha illustrato i risultati ottenuti da icotrokinra, peptide orale che blocca il recettore dell'IL-23, e da zasocitinib, inibitore allosterico di TYK2. In entrambi i casi gli studi hanno mostrato percentuali elevate di risposta clinica dopo 24 settimane di trattamento, senza la necessità di monitoraggi laboratoristici complessi. Secondo Conrad, il futuro potrebbe essere caratterizzato da una crescente personalizzazione delle cure, con trattamenti scelti sulla base dei meccanismi biologici predominanti in ciascun paziente.
Intervenire presto può cambiare la storia della malattia?
Una delle questioni più affascinanti discusse al congresso riguarda il concetto di disease modification, cioè la possibilità di modificare il decorso naturale della psoriasi attraverso un trattamento tempestivo ed efficace. Il professor Kilian Eyerich, dermatologo dell'Università di Friburgo, ha presentato dati che suggeriscono come i pazienti trattati nelle fasi iniziali della malattia possano ottenere risposte più profonde e mantenere più a lungo il controllo della patologia anche dopo l'interruzione della terapia. I risultati indicano che una durata di malattia inferiore a due anni rappresenta uno dei principali fattori associati alle risposte migliori. «L'unico parametro che oggi abbiamo è trattare in modo precoce e deciso», ha affermato Eyerich.
Verso una gestione sempre più personalizzata
Dal congresso EADV emerge dunque una visione della psoriasi sempre più orientata alla personalizzazione delle cure e alla ricerca di una remissione quasi completa. Accanto ai consolidati farmaci biologici, stanno infatti arrivando nuove opzioni orali che potrebbero ampliare ulteriormente le possibilità terapeutiche. E cresce l'attenzione verso un concetto che fino a pochi anni fa sembrava irraggiungibile: intervenire abbastanza presto da influenzare l'evoluzione stessa della malattia.




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