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Reumatologia, solo 42 unità operative complesse per 10 milioni di pazienti

Carenza di specialisti, differenze territoriali e accesso disomogeneo ai farmaci innovativi: è la fotografia scattata dal primo Libro bianco della reumatologia italiana. La Sir chiede un rafforzamento della rete assistenziale e più reumatologi sul te
Reumatologia
Sanità pubblica

In Italia circa 10 milioni di persone convivono con almeno una malattia reumatologica, ma le Unità operative complesse di Reumatologia sono appena 42, pari a 0,71 strutture ogni milione di abitanti. Un dato che evidenzia la distanza tra i bisogni assistenziali e l'attuale organizzazione dei servizi, con profonde differenze tra le diverse Regioni. È quanto emerge dal primo Libro Bianco della Reumatologia italiana, presentato dalla Società italiana di reumatologia (Sir) in occasione della trentesima Giornata mondiale delle malattie reumatologiche nel corso di una conferenza al Senato promossa dalla senatrice Maria Cristina Cantù.

Accesso alle cure ancora disomogeneo

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Le criticità non riguardano soltanto la disponibilità di strutture specialistiche. Secondo il documento, circa il 23% dei reumatologi che operano in ambito ambulatoriale non può prescrivere direttamente i farmaci biologici, costringendo in alcuni casi i pazienti a rivolgersi a un ulteriore centro autorizzato per ottenere la terapia. Una situazione che, secondo gli specialisti, rischia di rallentare l'accesso alle cure innovative e di aumentare le differenze territoriali già esistenti nell'assistenza ai pazienti con patologie reumatologiche.

Cinque richieste alle istituzioni

Partendo dai risultati del Libro bianco, la Sir ha individuato cinque priorità per il futuro della disciplina. Tra queste, l'incremento del numero dei reumatologi nelle aree con maggiore necessità assistenziale, la creazione di centri di riferimento dotati di posti letto dedicati ai casi più complessi e lo sviluppo di reti regionali capaci di garantire percorsi di cura omogenei su tutto il territorio nazionale.

Le richieste comprendono inoltre una maggiore accessibilità ai farmaci innovativi e un rafforzamento dell'insegnamento della reumatologia nei corsi universitari di Medicina. Nel documento viene evidenziata anche la necessità di garantire almeno 30 ore settimanali di specialistica territoriale ogni 100 mila abitanti.

Formazione universitaria a macchia di leopardo

Tra gli elementi più critici emersi dall'analisi figurano le differenze nella formazione accademica. Nei corsi di laurea in Medicina, infatti, la reumatologia può valere da uno a quattro crediti formativi a seconda dell'ateneo e in alcune sedi universitarie non è presente un professore ordinario della disciplina. Per la società scientifica, una preparazione più omogenea rappresenta un passaggio fondamentale per migliorare la capacità di riconoscere precocemente le malattie reumatologiche e indirizzare tempestivamente i pazienti verso percorsi specialistici appropriati.

Cantù: «persistono troppe disuguaglianze»

Durante la conferenza organizzata al Senato, la senatrice Maria Cristina Cantù ha sottolineato come permanga «uno scarto tra i progressi della scienza e le difficoltà di accesso reale alle cure, con troppe disomogeneità nei servizi». La parlamentare ha inoltre ricordato il percorso avviato con il disegno di legge n. 946, dedicato al rafforzamento e alla riorganizzazione dell'assistenza reumatologica, annunciando che il provvedimento dovrebbe essere pronto per la discussione e l'approvazione in Aula nei primi mesi del prossimo anno.

Diagnosi precoce per ridurre disabilità e ricoveri

Per Andrea Doria, presidente della Società italiana di reumatologia, il rafforzamento della rete assistenziale rappresenta un investimento non solo clinico ma anche sociale. «Più riusciremo a diagnosticare e a trattare precocemente queste condizioni, più otterremo non solo migliori risultati clinici ma anche meno disabilità, ricoveri e interventi chirurgici e un numero crescente di persone che continueranno a lavorare e a prendersi cura delle proprie famiglie», ha affermato. Per affrontare il crescente impatto delle malattie reumatologiche servono dunque più specialisti, percorsi assistenziali omogenei e un accesso più rapido all'innovazione terapeutica, riducendo le differenze che ancora separano i pazienti a seconda della Regione di residenza.

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