
I medici stranieri, una volta riconosciuto il loro titolo, possono operare solo in forma autonoma, a meno che non abbiano la cittadinanza comunitaria o acquisiscano nel frattempo quella italiana: questi limiti sono generalizzati, nonostante le decisioni più aperte adottate da alcuni giudici di merito per la soluzione di singoli casi. Sotto il profilo previdenziale, quindi, la loro copertura assicurativa resta affidata all’Enpam, attraverso la “Quota A” del Fondo di previdenza generale ed il Fondo della libera professione.
A differenza di quanto avviene per gli infermieri, dei medici stranieri non si sente al momento bisogno salvo in alcuni settori (anestesia, radiodiagnostica e radioterapia), essendo l'Italia, in proporzione alla sua popolazione, il primo Paese al mondo per numero di medici: 354.000, pari a 4 ogni 1.000 cittadini, contro la media mondiale di 3 ogni mille.
La legge 39/1990 ha reso più agevole l' iscrizione all'Ordine, previo riconoscimento del titolo conseguito all'estero (è, invece, automatico il riconoscimento della laurea presso una università italiana). I Paesi con un maggior numero di medici che lavorano in Italia sono: Germania (1.276), Svizzera (869), Grecia (851), Iran (752), Francia (686), Venezuela (626), Usa (618), Argentina (564), Romania (555) e Albania (451).
Va anche ricordato che i medici originari di diversi Paesi dell'Est, considerato l'esubero esistente in Italia e l'impossibilita di inserirsi nelle strutture pubbliche, preferiscono altri paesi comunitari, più bisognosi del loro apporto e più soddisfacenti dal punto di vista normativo e retributivo. Inoltre, sono andati diminuendo quelli che vengono a studiare medicina in Italia a causa del numero chiuso previsto per le iscrizioni e dell'alto costo della vita per mantenersi agli studi, mentre continuano a essere ridotte le possibilità di ottenere una borsa di studio.




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