
'Per l'esame - aggiungono Giuseppe Naso responsabile della breast unit e Paola Gazzaniga del progetto Cellule Tumorali Circolanti - basta un banale prelievo di sangue'. Il metodo e' stato validato dal premio Nobel Xur Hausen che ha messo a punto le analisi per eseguire l'esame con il macchinario progettato negli Usa. In America l'Fda ha già approvato da tempo l'utilizzo dello strumento per valutare la prognosi del cancro alla mammella, al colon e alla prostata in caso di metastasi.
'Attualmente - dice Frati - al test, che è attivo da giugno, hanno accesso solo i pazienti ricoverati presso l'ospedale romano. Il macchinario e' uno solo e abbiamo necessità di avere i risultati in tempi strettissimi in modo da programmare la terapia più appropriata il prima possibile'.
L'obiettivo però è di consentire l'accesso anche ai malati esterni. 'Stiamo firmando l'intesa - continua - con la Regione Lazio sulla sanità. La Commissione tecnica ha già concluso i lavori. Abbiamo già l'unità di laboratorio funzionale di oncologia molecolare e cellulare e questa va inserita negli allegati del protocollo d'intesa affinché al nuovo test possano accedere tutti'.
Ma le novità sullo studio dei tumori non finiscono qui.
'Oltre al nuovo macchinario in grado di refertare l'aggressivitaà del tumore - continua Gazzaniga - stiamo portando avanti un altro test per lo studio dei tumori metastatici che però è ancora in fase sperimentale'. Il punto di partenza è sempre l'esame del sangue. Questa volta però le cellule maligne rilevate vengono studiate per valutare a quali farmaci antitumorali siano sensibili ed analizzare l'eventuale presenza di cellule staminali, indice dell'aggressività della malattia. 'L'obiettivo - afferma Gazzaniga - è somministrare farmaci mirati in modo curare o per lo meno bloccare la progressione della malattia'.
La sperimentazione, partita due anni e mezzo fa, ha coinvolto circa 300 pazienti e 'per il momento - spiega Naso - la percezione sui risultati ottenuti e' molto positiva'. Per il Gruppo La sanità che vorremmo, clicchi qui.

Nel trial DeLLphi-305, aggiungere tarlatamab a durvalumab nel mantenimento di prima linea ha ridotto del 58% il rischio di morte rispetto al solo durvalumab.

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