
''Si e' andati indietro fino ai bambini nati nel 2011 - spiega Rezza - perche' si e' ritenuto che difficilmente l'infermiera sarebbe stata contagiosa oltre tre mesi prima della comparsa dei sintomi. Estendendo invece il test per la tbc anche ai bambini nati nel 2010, come dice il Tar, si pone un grande problema: se si trovassero infatti bimbi positivi al test, sarebbe molto difficile risalire alla causa effettiva del contagio dal momento che, essendo i bambini piu' grandi, potrebbero essere venuti a contatto con il micobatterio della tbc anche all'esterno e comunque non necessariamente in ospedale''. Dunque, prosegue Rezza, ''in questo caso bisognerebbe fare indagini piu' ampie poiche' l'esposizione al batterio potrebbe essere avvenuta anche fuori dall'ospedale''. La decisione del Tar, dunque, commenta Rezza, ''pone problemi dal punto di vista tecnico e non ha tenuto in conto i criteri considerati dalla Regione e dalle strutture interessate''. Altro aspetto, non trascurabile, e' poi anche quello del costo che tale operazione comporterebbe, coinvolgendo un numero molto elevato di bambini. Ad ogni modo, resta aperta anche la questione relativa alla scelta del test da utilizzare per rilevare la positivita' alla Tbc: ''Le linee guida in vigore - precisa Rezza - prevedono l'utilizzo del test cutaneo, ovvero della tubercolina. Tale test, pero', non e' molto sensibile se usato in neonati. Per questo si e' deciso di utilizzare il test sul sangue, ovvero il quantiferon, molto piu' sensibile, anche se ad esso e' connesso il rischio di possibili falsi positivi''. Ma proprio per un principio di precauzione, rileva Rezza, ''si e' ritenuto opportuno procedere al quantiferon e trattare con profilassi, ovvero con un farmaco specifico per sei mesi, i neonati risultati positivi a tale test''. Proprio tale ''discordanza'' tra i test, prosegue l'esperto, ''impone di interpretare i risultati con cautela''. Per i bambini piu' grandi e gli adulti, invece, il test di riferimento resta la tubercolina.




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