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Alzheimer: la svolta è bloccare con i farmaci l'esordio della malattia

Neurologia Redazione DottNet | 12/07/2017 14:33

E' caccia alle neurostatine, come con le statine anti-infarto

Alzheimer, prevenire è meglio che curare: dopo i tanti fallimenti nei trial clinici ''collezionati' negli ultimi anni da farmaci sperimentali su cui erano riposte molte speranze, la nuova frontiera contro l'incurabile malattia sembra essere la prevenzione, ovvero agire con farmaci da somministrare prima che la malattia inizi, come si fa con le statine per evitare l'infarto.

Lo spiega in un commento sulla rivista Nature Eric McDade della Washington University. L'idea, spiega l'italiano Michele Vendruscolo impegnato su questo fronte presso l'Università di Cambridge, è bloccare sul nascere i danni cerebrali che portano alla demenza, impedendo la formazione di placche di peptide beta-amiloide, che iniziano ad accumularsi anche 10-15 prima che inizi la malattia.

Secondo McDade promettenti sembrano in questo senso i trial clinici in corso o in fase di allestimento su persone destinate per motivi ereditari ad ammalarsi già intorno ai 40-50 anni. Una di queste si chiama DIAN-TU e riguarda due anticorpi che hanno fallito in trial clinici precedenti su persone già malate (Gantenerumab e Solanezumab). Farmaci promettenti sono anche enzimi che impediscono tout court la produzione di beta-amiloide nel cervello.

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Ma secondo Vendruscolo - personalmente alla ricerca di 'neurostatine' - la prevenzione dell'Alzheimer deve passare per piccole nuove molecole con meno effetti collaterali e diverse da quelle testate finora. Anche per una ragione di costi: per esempio, in Gran Bretagna il budget annuo per il sistema sanitario è circa 120 mld di sterline che sarebbe sufficiente per la prevenzione di circa un milione di persone - 100000 sterline/anno a testa usando gli anticorpi - mentre gli individui obiettivo della prevenzione sarebbero almeno 10 milioni di persone, tutti over-65. Qualunque sarà la 'neurostatina' vincente, la posta in gioco è altissima: entro il 2030 si avranno oltre 70 mln di nuovi casi nel mondo. Una persona ogni 2-3, nella fascia di età a rischio, sarà malata e tutti avremo almeno un parente o un amico con la malattia.

Fonte: ansa

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