Tumore cervice uterina, tre geni predicono la risposta alle cure

Oncologia | Redazione DottNet | 23/07/2019 19:27

La scoperta è frutto di una collaborazione tra Università Cattolica-Policlinico Universitario A.Gemelli IRCCS ed ENEA

E' stata identificata la firma molecolare che predice la risposta al trattamento nelle pazienti con tumore della cervice: è costituita da tre geni ed in futuro potrebbe aiutare nella scelta terapeutica, evitando trattamenti inefficaci e potenzialmente tossici. La scoperta è frutto di una collaborazione tra Università Cattolica-Policlinico Universitario A.Gemelli IRCCS ed ENEA. Lo studio ha portato infatti all'identificazione di una firma molecolare composta da tre geni (ANXA2, NDRG1 e STAT1) in grado di predire la risposta al trattamento radiochemioterapico (CRT) neoadiuvante (ovvero la somministrazione di farmaci chemioterapici per ridurre l'estensione di un tumore, prima di rimuoverlo con un intervento chirurgico) nelle pazienti con tumore della cervice uterina localmente avanzato.

I ricercatori coinvolti nel progetto sono stati coordinati da Giovanni Scambia, Ordinario di Clinica Ostetrica e Ginecologica presso l'Università Cattolica e Direttore Scientifico della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli, IRCCS, dalla dottoressa Daniela Gallo, Dirigente sanitario dell'Università Cattolica e Responsabile dell'Unità di Medicina Traslazionale per la Salute della Donna e del Bambino del Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS, e dalla dottoressa Carmela Marino, Responsabile Divisione Tecnologie e Metodologie per la Salvaguardia della Salute ENEA. I risultati, oggetto di brevetto, sono stati pubblicati sulla rivista Journal of Experimental & Clinical Cancer Research. Il brevetto è stato presentato a Techshare Day 2019 a Torino. "Nel nostro Dipartimento, la radiochemioterapia neoadiuvante seguita da chirurgia radicale rappresenta l'opzione terapeutica più frequentemente utilizzata nelle pazienti con tumore della cervice localmente avanzato. Tuttavia, il 30% circa delle pazienti non risponde ottimamente alla terapia e presenta una ripresa di malattia precoce. Queste evidenze cliniche sono state alla base di un ambizioso progetto di ricerca traslazionale volto ad identificare - spiega Scambia - potenziali biomarcatori predittivi di risposta nel nostro setting clinico".

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