Coronavirus: contagiati i medici, rischio carenze

Infettivologia | Redazione DottNet | 23/02/2020 19:58

Anelli (Fnomceo): "ogni medico che diventa un 'contatto' di un paziente contagiato deve essere sottoposto alla quarantena di 14 giorni"

I medici in prima linea per fare fronte all'emergenza coronavirus sono anche tra i soggetti più colpiti in questi giorni di impennata di casi: "Vari dottori e sanitari si sono contagiati e questo rende prioritario che tutti gli ospedali siano forniti dei dispositivi di protezione personale, mentre non è così", afferma il presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli. Che avverte: "Non proteggere i medici significa rischiare carenze di assistenza negli ospedali proprio nel momento in cui serve evitare che l'attuale emergenza si trasformi in epidemia".

"E' d'obbligo che medici e personale sanitario utilizzino i dispositivi di protezione personale, dalle maschere ai guanti alle tute, per far fronte all'emergenza, ma ci sono ancora varie segnalazioni che tali dispositivi non siano presenti a sufficienza in ospedali, al 118, tra i medici di famiglia e nelle strutture sanitarie. E' una situazione - è l'allerta di Anelli - molto preoccupante sotto questo aspetto". Ma il punto, spiega, non è solo garantire la sicurezza dei medici, ma anche assicurare l'assistenza negli ospedali e sul territorio. Infatti, "ogni medico che diventa un 'contatto' di un paziente contagiato deve essere sottoposto alla quarantena di 14 giorni, se considerato a rischio, e questo determina la possibilità concreta che si possa creare una carenza di medici e infermieri in un momento cruciale. Diventa quindi indispensabile in questo momento attrezzare tutto il personale sanitario con adeguati e completi dispositivi di protezione, che vanno distribuiti subito laddove mancanti".

Vista la situazione, infatti, "anche i casi di apparente semplice influenza vanno trattati come potenziali casi di coronavirus fino a prova contraria, e quindi con le dovute protezioni". Insomma, sottolinea Anelli, "siamo in una situazione che potrebbe diventare epidemica e non ci possiamo permettere che vengano meno medici, infermieri e personale sanitario. In uno scenario estremo, che al momento fortunatamente non c'è, se ci fossero larghi contagi tra i sanitari gli ospedali dovrebbero chiudere". Al momento, rileva il presidente Fnomceo, complessa è pure la questione delle sostituzioni dei medici impegnati negli ospedali delle zone colpite: "La situazione - afferma - è in divenire". La priorità è comunque garantire che tutti i camici bianchi restino disponibili per l'emergenza. Per questo, annuncia Anelli, "se sarà necessario, sospenderemo incontri, convegni ed attività varie perchè tutti i medici possano dedicarsi totalmente all'assistenza".

 L'appello in questi ultimi giorni è stato chiaro, continua Anelli: "Non andate in ospedale ma chiamate il 118". Ma il sistema di emergenza segnala di avere una rete efficiente ma che potrebbe avere qualche buco nelle dotazioni, a rischio per il personale delle ambulanze, e anche per i pazienti. Anche Mario Balzanelli presidente della Società Italiana Sistema 118 spiega che tutti gli appelli istituzionali rivolti, "in queste ore, alla popolazione esortano, a gran voce, ogni qualvolta ci si trovi di fronte a casi sospetti configuranti possibile contagio o infezione da Covid-19, a non uscire di casa, a non recarsi dal medico curante, a non intasare i Pronto Soccorso e - quale unico comune denominatore - a chiamare il 118".

"Ho chiesto con fiducia, al ministro della Salute, Roberto Speranza, un nuovo incontro, che auspico in tempi rapidissimi, per varare, attraverso un tavolo tecnico dedicato, linee guida operative - unitarie e molto ben dettagliate - a livello nazionale", incalza Balzanelli, in particolare per queste situazioni di emergenza. Ci sono infatti segnalazioni da parte di alcune regioni di carenze di materiale di protezione. Le Regioni hanno predisposto ambulanze speciali per le emergenze con equipaggi rinforzati, a disposizione 24 ore su 24 per le eventuali chiamate, pronte ad affrontare la presa in carico del paziente, la gestione e il trasporto in bio-contenimento La prova di quanto affermato da Balzanelli arriva anche dal numero di telefonate in aumento esponenziale ai numeri di emergenza, con un conseguente superlavoro per tutte le figure del soccorso.

La sola centrale di Brescia (a cui fa riferimento Lodi) ha visto un incremento da 3.266 telefonate per domenica 16 febbraio a 13.149 chiamate di ieri. A Milano si passa dalle 787 chiamate di domenica 16 febbraio alle 1054 di venerdì con un trend degli ultimi giorni in costante e deciso aumento. A Padova le telefonate sono quadruplicate in una settimana. "È necessario che i cittadini siano consapevoli della necessità di chiamare l'emergenza sanitaria (direttamente o attraverso il 112) solo in casi di vera emergenza, per non intasare le Centrali e rendere meno efficace e più tardivo il soccorso per i casi gravi", aggiunge la Siems.

L'invito è' quello di utilizzare il numero che il ministero della salute ha messo a disposizione per le informazioni (1500) e laddove esistente come in Lombardia (800894545) il numero messo a disposizione dalle Istituzioni regionali per i residenti nelle "zone rosse" o per informazioni (in Veneto 800462340). Ed infine la società scientifica invia un ringraziamento agli operatori sanitari e ai tecnici che stanno svolgendo in queste ore, insieme ai volontari, anche in situazioni di oggettiva difficoltà ai volontari un enorme lavoro.

Le cure sperimentali

Contro la malattia polmonare Covid-19 causata dal nuovo coronavirus SarsCoV2 non esistono al momento terapie specifiche, ma solo cure sperimentali. E mentre si assiste ad un aumento dei casi nel mondo, inclusa l'Italia, è corsa per la messa a punto di un vaccino.  Al momento non ci sono dunque cure mirate: la malattia si tratta come i casi di influenza. Nei casi più gravi, ai pazienti viene praticato il supporto meccanico alla respirazione. Sulla base dei dati disponibili, l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha suggerito una terapia antivirale sperimentale, correntemente utilizzata anche all'Istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani di Roma.

Tale terapia è basata su due farmaci: il lopinavir/ritonavir, un antivirale utilizzato per l'infezione da HIV e che mostra un'attività antivirale anche sui coronavirus, ed il remdesivir, un antivirale già utilizzato per la malattia da Virus Ebola e potenzialmente attivo contro l'infezione da nuovo coronavirus. Questi farmaci sono stati utilizzati anche per trattare i due coniugi cinesi (dei quali l'uomo è risultato nei giorni scorsi negativo e dunque guarito) ed il ricercatore italiano, anch'egli guarito, ricoverati allo Spallanzani.  "Tali farmaci - spiega l'Istituto - sono indicati dall'Organizzazione Mondiale della Sanità come i più promettenti sulla base dei dati disponibili".  In Cina, buoni risultati ha dimostrato pure una terapia che utilizza il plasma dei pazienti guariti ed uno dei malati di Covid-19, curato appunto con il plasma sanguigno raccolto da persone guarite, è stato dimesso nei giorni scorsi dall'ospedale della città-focolaio di Wuhan. In Cina, altri 10 pazienti saranno sottoposti a questa cura, mentre le autorità chiedono a un maggior numero di soggetti guariti di donare il proprio plasma.

Intanto, passi avanti si stanno facendo anche sul fronte del vaccino, per la cui disponibilità si dovrà comunque ancora attendere vari mesi. Un primo gruppo di vaccini contro il coronavirus ha infatti prodotto anticorpi consentendo l'avvio di test sugli animali, ha annunciato il vice direttore del Dipartimento di Scienza e Tecnologia dello Zhejiang, Song Zhiheng. "Dato che lo sviluppo dei vaccini richiede un lungo ciclo, dobbiamo rispettare le regole scientifiche e portare avanti ricerche attente e sicure", ha aggiunto Song. Le analisi sul virus e lo sviluppo del primo gruppo di vaccini sono stati condotti dalla Westlake University di Hangzhou e dal laboratorio provinciale di biologia.

Rebus pazienti zero

Resta un 'rebus' quello del 'paziente zero', ovvero il primo infetto da nuovo coronavirus SarsCoV2 che avrebbe innescato i contagi a catena in Lombardia. In realtà, considerando che focolai sono emersi anche in Veneto e Piemonte, i 'pazienti zero' potrebbero essere anche più di uno: "Identificarli - afferma Pier Luigi Lopalco, professore di Igiene all'Università di Pisa - sarebbe fondamentale, proprio per riuscire a tracciare l'intera linea del contagio". Anche se, avverte l'esperto, "è verosimile che in Italia siamo già, ormai, alla terza generazione di casi". "È presumibile - spiega Lopalco - che SarsCoV2 abbia cominciato a circolare in Italia verso la fine di gennaio, quando ancora l'allerta non era al massimo ed i voli non erano bloccati: vari soggetti avranno preso l'infezione magari senza accorgersene ed in forma leggera. Dunque, quella che vediamo ora è già la terza generazione di casi".

Il numero di positivi, infatti, chiarisce, "si raddoppierebbe circa ogni 7 giorni e questo spiegherebbe l'attuale alto numero di casi in Italia, insieme al fatto che si stanno effettuando moltissimi test e questo ha permesso di scoprire molti positivi". In altre parole, afferma, "abbiamo molti casi perché li abbiamo cercati, ma va anche detto che il nord-est, dove si concentra la maggioranza dei contagiati, ha forti contatti commerciali con la Cina. Facile pensare al grande flusso da e per la Cina in quelle zone nelle settimane antecedenti l'allarme. La chiusura dei voli, successiva, ha dunque potuto fare poco rispetto agli eventuali contagi antecedenti e che si sono manifestati solo successivamente, nei giorni scorsi". Al momento, spiega, "la situazione è ormai molto difficile da controllare: abbiamo più focolai nel nord-est non collegabili tra loro e ciò significa che la circolazione del virus è invisibile, perché parte della catena di contagio non è stata individuata proprio perché manca ancora il 'paziente zero'".

Al contrario, "l'unico modo per contenere il contagio è individuare i contatti e tenerli in isolamento. Per questo, sarebbe fondamentale scoprire il o i pazienti 'zero', perché risalendo all'apice della catena possiamo identificare tutti i rami del contagio, anche i soggetti infetti altrimenti difficili da individuare". A parte questo rebus, però, un altro timore diventa di ora in ora più concreto: "Ora il rischio è che i contagi si diffondano nelle grandi città. Uno scenario di questo tipo segnerebbe l'inizio della fase epidemica vera e propria, che richiede misure mirate. Si passerebbe in questo caso - afferma - da una fase di contenimento dell'emergenza ad una di mitigazione, in cui si può solo mitigare gli effetti, e questo implica che tutte le forze in campo siano pronte. A partire dagli ospedali, che devono essere preparati a sostenere una richiesta improvvisa e massiccia disponendo di attrezzature, personale e di un'organizzazione efficiente per identificare subito i casi più gravi".

Il problema, avverte, "è che non credo che tutti gli ospedali, anche i piccoli, siano preparati a gestire una emergenza epidemica, ed il fatto che sanitari si siano infettati negli ospedali lombardi in questi giorni dimostra pure la carenza di dispositivi di protezione personale. Non bastano cioè gli ospedali di eccellenza, tutti devono essere pronti". Nell'ipotesi di un aumento di casi, tuttavia, "isolare le grandi città - spiega - non avrebbe senso: se si identificassero contagi massicci in una metropoli, presumibilmente tali soggetti avrebbero già infettato molte persone, molte delle quali si sono magari già spostate fuori da quei centri. Isolare ha senso solo se è ancora possibile bloccare la diffusione del virus in quel perimetro". Ad ogni modo, conclude Lopalco, "lo scenario delle grandi città si delineerà a breve, ed i prossimi giorni saranno cruciali".

Scuole e università chiuse

Dal Piemonte al Veneto, dalla Lombardia all'Emilia Romagna, l'allarme Coronavirus fa chiudere scuole e università nel Nord Italia. Un provvedimento precauzionale, adottato dalle varie Regioni visto l'aumento dei contagi, che si combina con la sospensione delle gite scolastiche in Italia e all'estero a partire da oggi. La sospensione delle lezioni a Milano e in tutta la Lombardia sarà per 7 giorni, prorogabile fino a 14, ha spiegato l'assessore lombardo al Welfare Giulio Gallera. Ogni ulteriore decisione si baserà sull'evoluzione della situazione, che viene costantemente monitorata. L'ordinanza firmata dal presidente della Lombardia Attilio Fontana di concerto con il ministro della Salute Roberto Speranza prevede la "sospensione dei servizi educativi dell'infanzia e delle scuole di ogni ordine e grado" fino ai "master", ad esclusione degli specializzandi e tirocinanti delle professioni sanitarie.

L'Università Campus Bio-Medico di Roma, in virtù del principio di massima precauzione sul fenomeno Coronavirus ha disposto il rinvio della prova di ammissione al Corso di laurea in Medicina e Chirurgia previsto presso la Fiera di Roma per martedì 25 febbraio. Sono iscritti al test oltre 2.800 candidati provenienti da tutta Italia di cui una parte proveniente dalle regioni del Nord oggetto di restrizioni da parte delle Istituzioni preposte. La decisione assunta dall'Università è frutto della volontà di tutelare il bene della salute delle persone, anche in considerazione della provenienza dei candidati da tutta Italia, e nell’ottica di non sfavorire gli aspiranti medici provenienti da zone ove sono in atto misure restrittive degli spostamenti. L'Università Campus Bio-Medico di Roma ha, dunque, disposto il rinvio del test a data da destinarsi.

Disposizioni simili sono in vigore in Veneto e Piemonte fino al primo marzo: se la situazione sanitaria non dovesse migliorare lo stop potrebbe essere prolungato. "Sappiamo di creare un grave disagio per tutti - ha detto il governatore Luca Zaia - ma la salute viene prima di tutto, non avrei mai voluto firmare un documento del genere". Lo stop temporaneo delle lezioni, dagli asili alle università, è stato decretato anche in Emilia-Romagna, dove i casi positivi al Coronavirus sono nove. Anche in Regioni non toccate dal virus sono state disposte chiusure, come misure di massima prevenzione. In Liguria il rettore di Genova ha sospeso per una settimana ogni attività didattica dell'università. Una decisione bollata come "unilaterale" dal governatore Giovanni Toti che spiega: "stiamo predisponendo un'ordinanza regionale condivisa col ministero che preveda elementari precauzioni".

Il presidente della Provincia autonoma di Bolzano, Arno Kompatscher, ha ordinato che in Alto Adige siano chiuse per una settimana le strutture socio-educative, pubbliche e private, dedicate alla prima infanzia (asili nido e microstrutture aziendali). Inoltre, sempre nello stesso periodo, saranno sospese le attività didattiche presso l'Università, Scuola superiore di sanità "Claudiana" e Conservatorio "Monteverdi". Il Friuli Venezia Giulia ha chiesto al Governo le stesse misure previste nelle regioni vicine: "Scuole chiuse e manifestazioni culturali e sportive sospese a data da destinarsi". Quanto alla sospensione delle gite scolastiche che il Miur ha sottolineato essere in vigore già da oggi, è arrivata la richiesta dei presidi di fare immediata "chiarezza".

Il decreto-legge approvato ieri dal Consiglio dei Ministri prevede infatti che sia il Presidente del Consiglio, su proposta del Ministro dell'istruzione, a disporre la sospensione degli stessi "ma non attribuisce alcun potere di intervento immediato ai dirigenti scolastici nelle more della sospensione", osservano i dirigenti scolastici rappresentati dall'Anp. "In particolare, non è chiaro su quale soggetto ricadrebbero i costi delle sospensioni adottate nel frattempo. Per evitare l'apertura di contenziosi sfavorevoli per le scuole - e per le tasche dei genitori - chiediamo che il Ministero chiarisca immediatamente". Anche la mobilità dei lavoratori della scuola nelle aree interessate dai contagi sarà al centro di un incontro che nei prossimi giorni si svolgerà tra i sindacati e il ministero dell'Istruzione.

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