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Covid: 300 sperimentazioni in corso, la speranza è remdesivir

Ricerca in ordine sparso. Lancet, manca il coordinamento
Farmaci

L'ultima nuova speranza nella corsa per trovare una possibile terapia contro il Covid-19 si chiama remdesivir. Si tratta di un antivirale sperimentato dall'università di Chicago con buoni risultati su 113 pazienti gravi. Ma in questa ricerca sempre più affannosa di una cura si rischia di commettere qualche errore. Come segnala la rivista Lancet, ci sono più di 300 programmi di sperimentazione in corso in questo momento, ma senza alcun coordinamento. Di queste, più di 180 riguardano farmaci antivirali riconvertiti, immunomodulatori, nonchè terapie cellulari e la vitamina C, mentre altre 150 si stanno preparando a reclutare i pazienti. In questo mare di sperimentazioni c'è il Remdesivir, prodotto dall'azienda Gilead, che avrebbe permesso di dimettere in meno di una settimana la maggior parte dei pazienti trattati, mentre due sarebbero morti.

I risultati, pubblicati sulla rivista Stat, hanno fatto segnare un balzo del 10% a Wall Street alle azioni della compagnia. "La notizia migliore è che la maggior parte dei nostri pazienti sono già stati dimessi, il che è grandioso - afferma Kathleen Mullane, una specialista dell'università -. Abbiamo avuto solo due morti. E' sempre difficile trarre conclusioni, perchè il test non include un gruppo trattato con il placebo per una comparazione. Ma di sicuro quando iniziamo il trattamento vediamo la febbre calare. Abbiamo visto persone a cui è stato tolto il ventilatore un giorno dopo aver iniziato la terapia. Quindi in generale i nostri pazienti sono andati molto bene". Ma con tante sperimentazioni in corso in tutto il mondo, per Lancet c'è il rischio che si faccia confusione, senza un vero coordinamento. Già stanno emergendo segnali di confusione. "La scala di questi studi è troppo piccola, e la variazione di come svilupparsi troppo grande. Non sono pensati per rispondere alle domande che abbiamo", sottolinea John-Arne Rottingen, direttore del Centro di ricerche norvegese. E' un dilemma difficile da risolvere per la comunità scientifica.

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"Da un lato vogliamo essere coordinati, ma dall'altro non vogliamo spendere troppo tempo in questo perchè il ritmo dell'epidemia è molto rapido", aggiunge Merdad Parsey, direttore medico di Gilead. Secondo Bin Cao, del China-Japan Friendship Hospital di Pechino, "la cosa più importante sono i risultati primari, i criteri di inclusione ed esclusione e lo standard di cura". L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha avviato il programma Solidarity, dove verranno sperimentati 4 diversi approcci terapeutici sui malati di Covid-19 ricoverati, i cui primi risultati dovrebbero essere disponibili entro 3-4 mesi. Già 70 paesi hanno deciso di partecipare a questo studio che potrebbe dare risposte più velocemente degli altri. Altre sperimentazioni importanti includono lo studio Recovery nel Regno Unito, su 4300 pazienti, che ne aggiunge 400 al giorno, e uno internazionale su clorochina e idrossiclorochina come prevenzione su 40.000 pazienti. Secondo Daniel Bausch, della London School of Hygiene and Tropical Medicine serve più coordinamento sulla raccolta dei dati clinici, perchè le varie forme dei casi e i sintomi potrebbero essere registrate in modo differente, così come sulla produzione, approvazione, fornitura e accesso ai nuovi farmaci.

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