
Cinquantanovenne positivo al Covid per 505 giorni. La storia, pubblicata dalla rivista Clinical Infectious Diseases, conferma quanto l'infezione da SARS-CoV-2 possa essere persistente. Il protagonista di questa storia è un uomo londinese, che si è positivizzato a dicembre del 2020 con la sottovariante B.1.177.18. di SARS-CoV-2. I sintomi dell'infezione, contratta prima dell'arrivo dei vaccini, sono svaniti nell'arco di poche settimane. Ma il virus ha continuato ad albergare nel suo corpo, per 411 giorni: fino a gennaio di quest'anno. Una scoperta fatta dopo che l'uomo, che nel frattempo aveva ricevuto le tre dosi della profilassi, si era sottoposto a un tampone in vista di un accertamento programmato.
L'aver smaltito quasi tutti i postumi dell'infezione lo rendeva incandidabile a qualsiasi trattamento farmacologico: sia quelli preventivi sia quelli terapeutici, riservati ai pazienti acuti nelle prime fasi dell'infezione. Avendo studiato l'evoluzione del genoma del virus, i camici bianchi londinesi hanno però deciso di sottoporre comunque il paziente a una terapia combinata a base di anticorpi monoclonali - casirivimab/imdevimab: lo stesso farmaco che fu somministrato all'ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump - che ha permesso all'uomo di raggiungere la negativizzazione nell'arco dei successivi due mesi. Lo stesso percorso, seppur con farmaci diversi, riservato a una donna di 45 anni con infezione da Hiv e rimasta positiva per sei mesi: nonostante un analogo trattamento. Anche in questo caso lo studio del genoma virale ha permesso ai sanitari del Regno Unito di identificare le mutazioni nel frattempo sviluppate da Sars-CoV-2 e valutare la terapia eradicante più efficace: in questo caso il Paxlovid.




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