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In Commissione la riforma della medicina generale: obbligo di 25 ore in studio e nuova remunerazione

Professione Redazione DottNet | 25/05/2023 18:12

Ma in Italia mancano all’appello anche 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. In campo le Società scientifiche con un appello alla premier Meloni

Come abbiamo anticpato ieri su Dottnet, appare ormai evidente la carenza di medici di famiglia. Gimbe ha pubblicato uno studio dal quale si evince, appunto, la crisi del settore e le difficoltà che hanno i pazienti. Intanto mercoledì in Commissione Affari sociali e Sanità al Senato ha preso il via l'esame del disegno di legge in esame a prima firma Maria Cristina Cantù (Lega), recante misure per il potenziamento della medicina territoriale in prevenzione e assistenza primaria. La relatrice del testo in commissione è Elena Murelli (Lega).

“Il provvedimento prevede la creazione di una Rete vicina al cittadino dalla presa in carico fino alle cure specialistiche, in cui il medico di assistenza primaria può contare sul supporto degli specialisti per prevenire, assistere e rispondere ai bisogni che non richiedono ospedalizzazione, anche attraverso il rafforzamento delle attività di teleconsulto”, commenta Maria Cristina Cantù, vicepresidente della commissione Sanità e prima firmataria del ddl come riporta Quotidiano Sanità. “Più sburocratizzazione, attraverso l’obbligo di utilizzare il fascicolo sanitario elettronico, nuove regole d’ingaggio e misure per l’incremento dei medici, un sistema di remunerazione che premia il merito, prevedendo anche un controllo delle attività e dell’appropriatezza del servizio. Su oltre 20 milioni annui di accessi al Pronto soccorso, il 90% non sfocia in un ricovero: investire nella medicina territoriale significa intervenire su tali cronicità, sanabili attraverso un’attività di prevenzione”, conclude la senatrice.  Più nel dettaglio, il disegno di legge ha lo scopo di affrontare, non solo nel breve e medio periodo, i rilevanti vulnus e le notevoli criticità acuitesi durante l'emergenza epidemiologica da Covid, "costituenti altrettanti ostacoli alla piena attuazione del dettato costituzionale in termini di garanzia dei tempi, modi e contenuti delle risposte in materia di salute e di tutela delle fragilità, confacenti all'effettivo bisogno espresso dovute ai cittadini", si legge nella relazione. Il disegno di legge prevede l’istituzione di una Rete One Health di medicina territoriale in cui il medico di famiglia è il garante della salute del paziente, con nuove regole di ingaggio dei medici di assistenza primaria per garantire la certezza di continuità e prossimità nel servizio in tutte le fasi di prevenzione, assistenza e cura dei bisogni che non richiedono ospedalizzazione.

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Si punta quindi a dare una nuova centralità al medico del ruolo unico di assistenza primaria a ciclo di scelta che, si spiega, in prospettiva "non deve avere più di 1.000 assistiti, quale garante della continuità assistenziale del paziente e dell'effettiva presa in carico dei suoi bisogni e delle cronicità prevedendo, in accompagnamento alla dotazione ordinaria della strumentazione di primo livello, sistemi di telemedicina e di supporto specialistico diagnostico integrato e financo di carattere logistico, per soddisfare al meglio i bisogni degli assistiti marginalizzando gli accessi inappropriati al pronto soccorso e in generale l'ospedalizzazione non necessaria", si legge nella relazione.

Si prevede di inserire a regime circa 60 mila medici sul territorio, fra medici del ruolo unico di assistenza primaria e pediatri di libera scelta, rispetto ai 52 mila attualmente contrattualizzati. Obiettivo è rendere strutturalmente effettivo il parametro ottimale di un medico ogni 1000 assistiti in tutto il territorio nazionale. Molte Regioni hanno innalzato il massimale, anche fino a 1800 assistiti, per sopperire alla carenza dei medici di base. Obiettivo è rendere gradualmente il parametro realmente strutturale, incentivando gli accessi alla professione e introducendo un nuovo sistema di remunerazione, valutazione e controllo. Previsto il potenziamento delle attività in studio e a domicilio, fra cui l’implementazione degli orari minimi di apertura dello studio, privilegiando l’associazionismo tra medici, attraverso un obbligo di 25 ore settimanali minime, a fronte delle attuali 15.

Vengono individuate diverse misure per sopperire all'attuale carenza di medici e precisato un nuovo meccanismo di remunerazione del medico del ruolo unico di assistenza primaria, fra la retribuzione in base al numero degli assistiti e quella per ore di attività svolte in favore del distretto fino al raggiungimento del massimale, in modo tale da garantire al neo inserito una remunerazione minima sulla base di un impegno orario di 38 ore, incrementato più del 50% rispetto all’attuale. La proposta è stata accolta positivamente dai sindacati di categoria, intervenuti alla presentazione.

La Senatrice Cantù presenta un disegno di legge per il potenziamento della Medicina Territoriale all’insegna di maggiori investimenti per una Rete vicina al cittadino.  "La Rete della presa in carico globale dei pazienti sarà utilissima-dice Angelo Testa,Presidente nazionale Snami- dalla presa in carico fino alle cure più complesse, in cui il medico di assistenza primaria può contare sul supporto degli specialisti per prevenire, assistere e rispondere ai bisogni dei malati, anche attraverso la telemedicina.  Condividiamo gli intenti di Maria Cristina Cantù, vicepresidente della commissione Sanità e prima firmataria del ddl. In quest’ottica è necessario abbattere la burocrazia, ottimizzare il fascicolo sanitario elettronico, riformare le regole d’ingaggio e le misure per l’incremento dei medici. Un rapporto ottimale adeguato - continua Angelo Testa - che possa permettere la reale presa in carico della cronicità con un sistema di remunerazione ben definito.  Il futuro non può prescindere dal promuovere ancora di più l’associazionismo con un miglior livello di tecnologia e personale di studio di supporto per una maggiore integrazione professionale. La valorizzazione della figura del medico di Medicina Generale - conclude Angelo Testa - attraverso maggiori investimenti, gestione della cronicità e l’utilizzo di nuove tecnologie al servizio del cittadino e del rapporto fiduciario."

Il provvedimento è composto da 5 articoli.

L'articolo 1, al comma 1, istituisce la Rete di medicina territoriale "Salute Globale" (One Health), composta dai medici del ruolo unico di assistenza primaria.

La Rete, in base al successivo comma 2, è integrata con la partecipazione dei pediatri di libera scelta, degli specialisti ambulatoriali interni e delle farmacie convenzionate con il Servizio sanitario nazionale nonché con il Dipartimento di prevenzione per gli interventi di prevenzione primaria, secondaria e terziaria, correlati ai cambiamenti climatici e all'inquinamento atmosferico, e con il Dipartimento di salute mentale per i programmi di screening nell'età evolutiva. L'articolazione e le linee fondamentali del funzionamento della Rete, basata a livello organizzativo sulle "aggregazioni funzionali territoriali" (Aft) e sulle Case della Comunità, sono quindi specificate dal comma 3.

Previsto il potenziamento delle attività in studio e a domicilio, fra cui l’implementazione degli orari minimi di apertura dello studio, privilegiando l’associazionismo tra medici, attraverso un obbligo di 25 ore settimanali minime, a fronte delle attuali 15.
La continuità del servizio è assicurata:
- dalle 8 alle 20 dai medici di famiglia;
- dalle 20 alle 8 dalla continuità assistenziale/guardia medica.

Il successivo comma 4 dispone in ordine all'integrazione con il sistema di continuità territoriale, particolarmente al fine di ridurre gli accessi ai pronto soccorso e potenziare la gestione domiciliare.

Inoltre è previsto dal comma 5 che i medici del ruolo unico di assistenza primaria, i pediatri di libera scelta e gli specialisti ambulatoriali interni operino nell'assetto organizzativo definito dalla regione e aderiscano all'Ecosistema dei dati sanitari (Eds).

L'articolo 2 dispone in materia di rapporto tra il Servizio sanitario nazionale e medici di assistenza primaria, apportando modifiche all'articolo 8 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502. In primo luogo, si prevede che le regioni definiscano, nell'ambito del distretto sanitario, l'organizzazione dei servizi territoriali di assistenza primaria promuovendone l'integrazione con il settore sociale, anche con riferimento all'assistenza domiciliare, e con i servizi ospedalieri, al fine di migliorare il livello di efficienza e di capacità di presa in carico dei cittadini.

Il rapporto fra il Servizio sanitario nazionale e medici di medicina generale, pediatri di libera scelta e specialisti ambulatoriali resta demandato alla disciplina posta da apposite convenzioni conformi agli accordi collettivi nazionali, in aderenza a una serie di principi. È inoltre delineata la disciplina riguardante il medico del ruolo unico di assistenza primaria e si interviene sulla normativa concernente la scelta del medico di assistenza primaria. Si prefigura poi un trattamento sanzionatorio in relazione agli eventuali inadempimenti dei medici e, infine, è disposto che le aziende sanitarie locali, in accordo con le rappresentanze sindacali maggiormente rappresentative, sulla base della programmazione regionale e nell'ambito degli indirizzi nazionali, individuino gli obiettivi e concordino i programmi di attività delle Aft.

Vengono introdotte indennità aggiuntive legate al raggiungimento di obiettivi e alla presa in carico di pazienti fragili.

È precisato un nuovo meccanismo di remunerazione del medico del ruolo unico di assistenza primaria, fra la retribuzione in base al numero degli assistiti e quella per ore di attività svolte in favore del distretto fino al raggiungimento del massimale, in modo tale da garantire al neo inserito una remunerazione minima sulla base di un impegno orario di 38 ore, incrementato più del 50% rispetto all’attuale.

L'articolo 3 reca una serie di misure volte a sopperire alla carenza congiunturale di medici convenzionati. Ad esempio le Regioni, attraverso le aziende sanitarie locali, possono trattenere in servizio, in regime di convenzione, su base volontaria, i medici del ruolo unico di assistenza primaria, i pediatri di libera scelta e gli specialisti ambulatoriali che ne facciano richiesta, anche in deroga ai limiti previsti dalle disposizioni vigenti per il collocamento in quiescenza, per un periodo di un anno, rinnovabile e comunque non oltre il 31 dicembre del 2026 e fino al compimento del settantatreesimo anno di età, verificata l'impossibilità di procedere alla reclutamento di medici mediante le procedure ordinarie e, per gli specialisti ambulatoriali convenzionati interni, il raggiungimento del massimale orario previsto.

Inoltre, nelle more di una revisione complessiva del sistema di formazione specifica e di programmazione della distribuzione delle borse di studio, potranno partecipare all'assegnazione degli incarichi convenzionali per il ruolo unico del medico dell'assistenza primaria i laureati in medicina e chirurgia abilitati all'esercizio della professione, che abbiano svolto una o più delle seguenti attività nel periodo dal 1° marzo 2020 al 1° marzo 2022, per un totale complessivo di almeno 3.200 ore:
a) servizio presso le unità di continuità assistenziale (Uca), ai sensi del decreto del Ministro della salute 23 maggio 2022, n. 77;
b) servizio presso aziende sanitarie o da altri enti accreditati presso il Ssn nei reparti di pronto soccorso o adibiti alla ricezione di pazienti affetti da Sars-CoV-2. La partecipazione all'assegnazione di queste persone è in ogni caso aggiuntiva alle assegnazioni già previste alla data di entrata in vigore della presente legge. I medici ai quali viene conferito incarico di medico di medicina generale ai sensi del presente comma svolgono, nell'arco dei due anni successivi al conferimento dell'incarico, l'attività didattica prevista, pari a 1.600 ore. In caso di mancato svolgimento dell'attività didattica, l'incarico si intende revocato.

E ancora, entro il 31 dicembre 2026, nelle more di una revisione complessiva del relativo sistema di formazione specifica, possono partecipare all'assegnazione degli incarichi convenzionali nel ruolo unico del medico dell'assistenza primaria anche i laureati in medicina e chirurgia abilitati all'esercizio della professione, che abbiano svolto le funzioni di medico di assistenza primaria per almeno 1.000 giorni.

In via residuale, esaurita l'assegnazione delle borse di studio programmate per soddisfare le carenze accertate e comunque non oltre il 31 dicembre 2026, anche i medici chirurghi specialisti di cui all'articolo 20 del decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 368, potranno partecipare alle procedure di selezione per l'assegnazione degli incarichi di medico del ruolo unico di assistenza primaria sul territorio nazionale.

Per il periodo di attuazione del Pnrr, e comunque sino al 31 dicembre 2026, gli enti locali provvedono a fornire in comodato d'uso ai medici neoincaricati, per la durata dell'incarico, un luogo idoneo all'esercizio delle funzioni, dotato di spazi, arredi, attrezzature, di sala d'attesa, di servizi igienici, di illuminazione e aerazione conformi alla legislazione e ai regolamenti vigenti, di strumenti di comunicazione con gli assistiti, di strumenti informatici idonei e necessari per l'esercizio dell'attività di assistenza primaria.

Quanto ai pediatri, per il periodo di attuazione del Pnrr e comunque sino al 31 dicembre 2026 i medici iscritti al corso di specializzazione in pediatria, durante il percorso formativo, potranno assumere incarichi provvisori o di sostituzione di pediatri di libera scelta convenzionati con il Ssn. Il periodo di attività svolto dai medici specializzandi è riconosciuto ai fini del conseguimento del diploma di specializzazione. Le università, ferma restando la durata legale del corso, assicurano il recupero delle attività formative, teoriche e assistenziali, necessarie al raggiungimento degli obiettivi formativi previsti. A decorrere dall'anno 2024 l'importo delle borse di studio per la frequenza del corso di formazione specifica in medicina generale è pari a 1.200 euro mensili. L''articolo 4 contiene disposizioni di garanzia, coordinamento e adeguamento normativo, mentre l'articolo 5 individua le modalità di finanziamento del potenziamento della medicina territoriale.

Ma il problema non riguarda solo medici di medicina generale. In Italia mancano all’appello anche 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. Carenze che mettono a rischio la salute dei cittadini che, nel momento del bisogno, potrebbero trovarsi senza la necessaria assistenza. A snocciolare dati e lanciare un appello è il Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri ed Universitari Italiani (FoSSC) che chiede al Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, provvedimenti urgenti per salvare gli ospedali mettendo mano alla revisione dei parametri organizzativi degli ospedali sanciti dal Decreto Ministeriale 70 (DM 70 del 2 aprile 2015).

A preoccupare le società scientifiche è il progressivo depotenziamento della sanità. In 10 anni (2011-2021), in Italia, sono stati chiusi 125 ospedali, ben il 12%. Nel 2011 (tra pubblici e privati) erano 1.120, per diminuire a 995 nel 2021, con un taglio più marcato per le strutture pubbliche (84 in meno). In un solo anno sono stati eliminati quasi 21.500 posti letto, incrementati solo per affrontare i mesi più duri della pandemia: nel 2020 erano 257.977, per poi scendere a 236.481 nel 2021. “Vogliamo far sentire la nostra voce – afferma Francesco Cognetti, Coordinatore del Forum. “Rappresentiamo i professionisti che assistono i cittadini nei reparti. Il diritto alla salute è in grave pericolo nel nostro Paese. La situazione degli ospedali è davvero pesante, non più tollerabile e necessita di interventi adeguati e tempestivi. La crisi del sistema ospedaliero, a causa delle politiche deliberatamente anti-ospedaliere dei precedenti Governi, paradossalmente ignorata dal PNRR, è innegabile ed ha raggiunto livelli di tale criticità da creare per la prima volta in tutti noi un enorme problema deontologico. Mancano almeno 30mila medici specialisti ospedalieri: sono circa 130mila, 60mila unità in meno della Germania e 43mila in meno della Francia. Si assiste anche a un consistente esodo di medici neolaureati e specializzandi, più di 1.000 l’anno, perché all’estero gli stipendi e le condizioni di lavoro sono nettamente migliori. In particolare, nei Pronto Soccorso la carenza di personale è quantificabile in 4.200 camici bianchi (in sei mesi, da gennaio a luglio 2022, se ne sono dimessi 600, circa 100 al mese). Mancano inoltre circa 70.000 infermieri. La previsione della spesa sanitaria sul PIL per il periodo 2023-2026 registrerà già nel 2024 il ritorno al valore del 6,3% rispetto ad una media dell’8,8% dei 37 Paesi dell’OCSE e del 10% circa di Francia e Germania. “Il Ministro della Salute Schillaci - prosegue Cognetti - sta facendo la sua parte ed è finalmente in procinto di istituire un Tavolo Tecnico di confronto sulle criticità del DM 70 e del DM 77, che vedrà coinvolti fra gli altri gli autorevoli clinici proposti dal Forum. Ma esiste un problema di risorse. Non siamo più disposti ad assecondare, a scapito dei nostri doveri morali, le scelte politiche sbagliate che da anni, nostro malgrado, stiamo subendo come medici, con conseguenze estremamente dannose per i nostri 15 milioni di pazienti”.

Le trenta Società Scientifiche riunite in FoSSC hanno appreso con interesse le intenzioni del Presidente del Consiglio di voler cambiare l’indirizzo e i campi d’applicazione del PNRR. “Riteniamo che questa sarebbe un’occasione unica per la sanità di impiegare una quantità cospicua di fondi già devoluti alla medicina territoriale e destinati purtroppo a non raggiungere i risultati attesi, proprio per l’estrema carenza di personale medico ed infermieristico”, dichiarano aggiungendo che “non bastano le 1350 Case di Comunità previste dal PNRR a risolvere i problemi della sanità, se non si affrontano i nodi centrali della crisi profonda degli Ospedali e delle risorse per il reclutamento del personale. Nel caso sia impossibile stornare queste risorse economiche dal PNRR, si dovrà necessariamente provvedere altrimenti. Anche l’OCSE si è dichiarata molto preoccupata per nuove crisi sanitarie nei Paesi che investono minori risorse in sanità e per l’Italia prevede ‘un investimento pari ad almeno l’1,4% in più rispetto al PIL 2021’, che equivale ad un aumento annuo di ben 25 miliardi di euro”.

 Per capire come mai siamo oggi in questa situazione di debolezza bisogna ricordare che il DM 70 del 2015 ha determinato standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi dell’assistenza ospedaliera senza alcuna considerazione di quelli che erano già allora i parametri vigenti negli altri Paesi europei. “Tutto ciò - sottolineano le Società Scientifiche - ha inevitabilmente prodotto un’estrema debolezza del nostro Sistema ospedaliero, acuita dalla pandemia. In queste condizioni sarà impossibile attuare ciò che è previsto dal PNRR sulla medicina territoriale. Non basta la costruzione di nuovi edifici, come le Case di Comunità, che non rispondono affatto all’idea di prossimità delle cure e rischiano di restare cattedrali nel deserto senza alcun collegamento con l’ospedale. Il numero di posti letto di degenza ordinaria deve crescere ben oltre i 350 per 100.000 abitanti odierni fino a raggiungere almeno la media europea di 500. Anche il numero di posti letto di terapia intensiva deve superare i 14 posti letto, peraltro rimasti sulla carta e mai raggiunti, per arrivare almeno a 20-25 per 100.000 abitanti. In questa situazione riteniamo sia impensabile distrarre personale dai nosocomi verso le strutture territoriali previste dal PNRR, cioè Case od Ospedali di Comunità”.

 Il Servizio Sanitario Nazionale è sempre meno pubblico e la partecipazione dei privati cittadini alla spesa sanitaria è divenuta via via sempre più imponente fino a raggiungere lo scorso anno la cifra di 37 miliardi, con un numero inferiore di strutture ospedaliere e personale, senza un potenziamento adeguato del territorio. “Dobbiamo abbandonare definitivamente tutte le politiche di deospedalizzazione che hanno colpito il settore negli ultimi 40 anni – concludono le Società Scientifiche. Bisogna assumere un numero consistente di medici ed infermieri, per potenziare gli ospedali. Inoltre, va frenato l’esodo di neolaureati, che per specializzarsi vanno all’estero, e il prepensionamento di molti medici, cui vanno garantiti stipendi migliori per evitare, per esempio, la fuga dai Pronto Soccorso”. Non solo medici di medicina generale. In Italia mancano all’appello anche 30.000 medici ospedalieri, 70.000 infermieri e circa 100.000 posti letto. Carenze che mettono a rischio la salute dei cittadini che, nel momento del bisogno, potrebbero trovarsi senza la necessaria assistenza. A snocciolare dati e lanciare un appello è il Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri ed Universitari Italiani (FoSSC) che chiede al Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, provvedimenti urgenti per salvare gli ospedali mettendo mano alla revisione dei parametri organizzativi degli ospedali sanciti dal Decreto Ministeriale 70 (DM 70 del 2 aprile 2015).

 A preoccupare le società scientifiche è il progressivo depotenziamento della sanità. In 10 anni (2011-2021), in Italia, sono stati chiusi 125 ospedali, ben il 12%. Nel 2011 (tra pubblici e privati) erano 1.120, per diminuire a 995 nel 2021, con un taglio più marcato per le strutture pubbliche (84 in meno). In un solo anno sono stati eliminati quasi 21.500 posti letto, incrementati solo per affrontare i mesi più duri della pandemia: nel 2020 erano 257.977, per poi scendere a 236.481 nel 2021. “Vogliamo far sentire la nostra voce – afferma Francesco Cognetti, Coordinatore del Forum. “Rappresentiamo i professionisti che assistono i cittadini nei reparti. Il diritto alla salute è in grave pericolo nel nostro Paese. La situazione degli ospedali è davvero pesante, non più tollerabile e necessita di interventi adeguati e tempestivi. La crisi del sistema ospedaliero, a causa delle politiche deliberatamente anti-ospedaliere dei precedenti Governi, paradossalmente ignorata dal PNRR, è innegabile ed ha raggiunto livelli di tale criticità da creare per la prima volta in tutti noi un enorme problema deontologico.

 Mancano almeno 30mila medici specialisti ospedalieri: sono circa 130mila, 60mila unità in meno della Germania e 43mila in meno della Francia. Si assiste anche a un consistente esodo di medici neolaureati e specializzandi, più di 1.000 l’anno, perché all’estero gli stipendi e le condizioni di lavoro sono nettamente migliori. In particolare, nei Pronto Soccorso la carenza di personale è quantificabile in 4.200 camici bianchi (in sei mesi, da gennaio a luglio 2022, se ne sono dimessi 600, circa 100 al mese). Mancano inoltre circa 70.000 infermieri. La previsione della spesa sanitaria sul PIL per il periodo 2023-2026 registrerà già nel 2024 il ritorno al valore del 6,3% rispetto ad una media dell’8,8% dei 37 Paesi dell’OCSE e del 10% circa di Francia e Germania. “Il Ministro della Salute Schillaci - prosegue Cognetti - sta facendo la sua parte ed è finalmente in procinto di istituire un Tavolo Tecnico di confronto sulle criticità del DM 70 e del DM 77, che vedrà coinvolti fra gli altri gli autorevoli clinici proposti dal Forum. Ma esiste un problema di risorse. Non siamo più disposti ad assecondare, a scapito dei nostri doveri morali, le scelte politiche sbagliate che da anni, nostro malgrado, stiamo subendo come medici, con conseguenze estremamente dannose per i nostri 15 milioni di pazienti”.

Le trenta Società Scientifiche riunite in FoSSC hanno appreso con interesse le intenzioni del Presidente del Consiglio di voler cambiare l’indirizzo e i campi d’applicazione del PNRR. “Riteniamo che questa sarebbe un’occasione unica per la sanità di impiegare una quantità cospicua di fondi già devoluti alla medicina territoriale e destinati purtroppo a non raggiungere i risultati attesi, proprio per l’estrema carenza di personale medico ed infermieristico”, dichiarano aggiungendo che “non bastano le 1350 Case di Comunità previste dal PNRR a risolvere i problemi della sanità, se non si affrontano i nodi centrali della crisi profonda degli Ospedali e delle risorse per il reclutamento del personale. Nel caso sia impossibile stornare queste risorse economiche dal PNRR, si dovrà necessariamente provvedere altrimenti. Anche l’OCSE si è dichiarata molto preoccupata per nuove crisi sanitarie nei Paesi che investono minori risorse in sanità e per l’Italia prevede ‘un investimento pari ad almeno l’1,4% in più rispetto al PIL 2021’, che equivale ad un aumento annuo di ben 25 miliardi di euro”.

 Per capire come mai siamo oggi in questa situazione di debolezza bisogna ricordare che il DM 70 del 2015 ha determinato standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi dell’assistenza ospedaliera senza alcuna considerazione di quelli che erano già allora i parametri vigenti negli altri Paesi europei. “Tutto ciò - sottolineano le Società Scientifiche - ha inevitabilmente prodotto un’estrema debolezza del nostro Sistema ospedaliero, acuita dalla pandemia. In queste condizioni sarà impossibile attuare ciò che è previsto dal PNRR sulla medicina territoriale. Non basta la costruzione di nuovi edifici, come le Case di Comunità, che non rispondono affatto all’idea di prossimità delle cure e rischiano di restare cattedrali nel deserto senza alcun collegamento con l’ospedale. Il numero di posti letto di degenza ordinaria deve crescere ben oltre i 350 per 100.000 abitanti odierni fino a raggiungere almeno la media europea di 500. Anche il numero di posti letto di terapia intensiva deve superare i 14 posti letto, peraltro rimasti sulla carta e mai raggiunti, per arrivare almeno a 20-25 per 100.000 abitanti. In questa situazione riteniamo sia impensabile distrarre personale dai nosocomi verso le strutture territoriali previste dal PNRR, cioè Case od Ospedali di Comunità”.

 Il Servizio Sanitario Nazionale è sempre meno pubblico e la partecipazione dei privati cittadini alla spesa sanitaria è divenuta via via sempre più imponente fino a raggiungere lo scorso anno la cifra di 37 miliardi, con un numero inferiore di strutture ospedaliere e personale, senza un potenziamento adeguato del territorio. “Dobbiamo abbandonare definitivamente tutte le politiche di deospedalizzazione che hanno colpito il settore negli ultimi 40 anni – concludono le Società Scientifiche. Bisogna assumere un numero consistente di medici ed infermieri, per potenziare gli ospedali. Inoltre, va frenato l’esodo di neolaureati, che per specializzarsi vanno all’estero, e il prepensionamento di molti medici, cui vanno garantiti stipendi migliori per evitare, per esempio, la fuga dai Pronto Soccorso”.

 Va risolto anche il vergognoso problema dei medici gettonisti, che rappresentano la risposta disperata a una drammatica carenza di personale. “I gettonisti sono mandati ‘allo sbaraglio’ nei Pronto Soccorso attraverso le assunzioni in cooperative private che contraggono rapporti con molti ospedali e con emolumenti doppi o tripli rispetto ai colleghi strutturati anche da molti anni. L’effetto di questa situazione, che sembra ormai incontrollabile, oltre a produrre un enorme esborso di risorse pubbliche, rappresenta un incentivo all’esodo dei dipendenti ospedalieri e può causare effetti dannosi incalcolabili per i pazienti”.

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