
Abstract
Negli ultimi decenni, la massiccia diffusione della plastica ha portato alla crescente presenza di micro- e nanoplastiche (MNP) negli ecosistemi con implicazioni potenzialmente gravi per la salute umana. Queste particelle, presenti nell’aria, negli alimenti e nei prodotti di uso quotidiano, possono essere inalate e accumularsi nei polmoni, dove causano stress ossidativo, infiammazione e danni cellulari. Evidenze scientifiche suggeriscono un’associazione tra esposizione prolungata alle MNP e patologie respiratorie come asma, BPCO e fibrosi. Sebbene la ricerca sia ancora in fase iniziale, i dati attuali indicano la necessità di approfondire l’impatto delle MNP sull’organismo umano, in particolare sull’apparato respiratorio.
Negli ultimi 70 anni, la produzione globale di plastica è aumentata da 1,5 a circa 359 milioni di tonnellate.[1] I prodotti in plastica sono ormai utilizzati in tutto il mondo grazie alla loro durabilità, leggerezza, basso costo ed ottime proprietà isolanti.[2] Ad oggi sono presenti circa 45 tipi di plastica, tra cui i più comuni: polipropilene (PP), polietilene (PE), polietilene tereftalato (PET), polistirene (PS), poliuretano (PU), cloruro di polivinile (PVC) e policarbonato (PC).[2] Tuttavia, il loro uso masiccio ha generato gravi problemi ambientali, soprattutto negli ecosistemi acquatici.[2] Infatti, una volta disperse nell’ambiente, le plastiche sono esposte a radiazioni ultraviolette (UV), ossidazione, decomposizione biologica e abrasione meccanica.[2] Così si formano le microplastiche e le nanoplastiche (MNP): le prime con dimensioni tra 1 µm e 5 mm, e le seconde con dimensioni tra 1 nm e 1 µm.[2]
Il ciclo di vita delle microplastiche inizia solitamente con il loro rilascio negli ecosistemi terrestri e acquatici, seguito dal trasporto nei sistemi idrici.[1] Una volta raggiunti gli ambienti marini, le microplastiche entrano nella catena alimentare degli organismi acquatici e vengono consumate da zooplancton, piccoli pesci, pesci più grandi e altri animali.[1] Difatti, queste particelle di plastica sono state ritrovate nel tratto digestivo di almeno 690 specie marine.[3] Le microplastiche possono essere ingerite anche dall’uomo attraverso il consumo di pesci o altri organismi acquatici contaminati.[1] È stato dimostrato che le microplastiche hanno effetti negativi sia sull’ambiente che sugli esseri viventi, compresi gli umani.[1] Le principali fonti di MNP sono rappresentate dai prodotti per la cura della persona, i materiali industriali, le reti da pesca, gli imballaggi alimentari e gli impianti di trattamento delle acque reflue.[1]
Inoltre, l’aria stessa può essere contaminata da microplastiche provenienti da:
Anche i tessuti sintetici rappresentano una fonte rilevante di microplastiche, ma spesso trascurata.[1] Già a partire dagli anni ‘90, ricerche di monitoraggio sul corpo umano hanno riportato la presenza di fibre di plastica nel tessuto polmonare.[3] Difatti, tecniche come la spettroscopia ad infrarossi e la microscopia elettronica a scansione hanno confermato la presenza di microplastiche nel liquido broncoalveolare umano.[1] Inoltre, sono stati identificati ben 21 tipi di MNP nei campioni di espettorato umano, con una prevalenza di particelle di poliuretano.[1] Questi dati suggeriscono che le microplastiche possono entrare nell’organismo grazie all’inalazione.[1] Una volta introdotte attraverso la trachea e l’esofago, le MNP sono capaci di accumularsi all’interno dei polmoni e del tratto gastrointestinale, penetrando nelle cellule attraverso fagocitosi ed endocitosi.[2]
Sebbene le ricerche riguardanti il ruolo delle MNP nelle patologie umane siano ancora limitate, un numero crescente di studi ha messo in evidenza i loro effetti tossici sulle cellule umane, principalmente legati allo stress ossidativo e all’infiammazione.[2] L’inalazione di particelle di plastica può provocare diverse reazioni polmonari, tra cui alveolite, polmonite persistente, alterazioni infiammatorie e fibrotiche nel tessuto bronchiale e peribronchiale e lesioni nei setti interalveolari.[1]
Alcuni studi recenti indicano che le nanoplastiche possono superare la barriera epiteliale bronchiale causando infiammazione, citotossicità e genotossicità, aggravate dalla presenza di additivi, coloranti e altre sostanze chimiche.[2] Nello specifico, le microplastiche possono stimolare il rilascio di specie reattive dell’ossigeno (ROS), alterando il metabolismo, la crescita e integrità delle cellule polmonari.[2] Pertanto, l’esposizione alle microplastiche è stata associata a stress ossidativo e danni alle cellule epiteliali alveolari.[2] Inoltre, tale stress può causare disfunzioni cellulari e danni ai tessuti, favorendo così la fibrosi e contribuendo all’insorgenza di varie patologie polmonari, tra cui l’asma, la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) e la sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS).[2] Infine, l’esposizione prolungata alle nanoplastiche è stata associata anche a malattie respiratorie come la pneumoconiosi.[2]
In sintesi, l’inquinamento sta diventando un problema importante per la salute umana soprattutto a causa della dispersione di microplastiche nella maggior parte degli ecosistemi.[1] Le microplastiche e le nanoplastiche sono piccole particelle che derivano dalla decomposizione della plastica.[2] Sono ampiamente disperse nell’ambiente e rappresentano una minaccia per la fauna selvatica e gli esseri umani.[2] Le MNP sono presenti in quasi tutti gli oggetti di uso quotidiano, compresi alimenti, bevande e prodotti per la casa e ormai anche nell’aria.[2] Le evidenze raccolte da diversi studi indicano che l’esposizione prolungata alle MNP può generare ROS e attivare vie di segnalazione infiammatorie cellulari, con potenziali effetti avversi gravi.[2] Inoltre, ricerche hanno fornito una prospettiva sul potenziale impatto delle micro e nanoplastiche sulla salute umana, che possono colpire, oltre ai polmoni, anche i reni, il cuore, il sistema neurologico e il DNA.[3]
Referenze:


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