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La gestione dei pazienti con artrite reumatoide difficile da trattare.

Reumatologia

Abstract


L’artrite reumatoide difficile da trattare (D2T AR) rappresenta una sfida clinica per una quota significativa di pazienti che non raggiungono il controllo della malattia nonostante terapie appropriate. La condizione è eterogenea e potenzialmente reversibile, influenzata da fattori biologici, psicosociali e comportamentali. L’approccio terapeutico include strategie farmacologiche e non farmacologiche personalizzate. Sebbene alcuni b/tsDMARDs abbiano mostrato efficacia anche in fasi avanzate, l’aderenza al trattamento e l’individuazione di sinovite persistente restano cruciali. È auspicabile un approccio olistico e servono ulteriori studi per identificare predittori e interventi mirati nei pazienti con o a rischio di sviluppare D2T AR.

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L’artrite reumatoide è la più comune malattia infiammatoria articolare, con un impatto significativo sulla qualità della vita del paziente e sulla sua partecipazione alla vita sociale.[1] Dall’inizio di questo secolo, la gestione dell’AR ha subito notevoli progressi grazie all’adozione di strategie treat-to-target, che mirano alla remissione o ad una bassa attività di malattia attraverso un monitoraggio rigoroso e l’impiego di DMARD biologici o sintetici mirati (b/tsDMARDs, biological/targeted synthetic DMARDs).[1] Tuttavia, una quota significativa di pazienti non raggiunge gli obiettivi terapeutici, nonostante il passaggio ciclico tra diversi b/tsDMARDs dopo il fallimento dei DMARD sintetici convenzionali (csDMARDs).[1]

La condizione definita D2T AR rappresenta uno stato di malattia eterogeneo in cui fattori biologici, comorbidità, status socioeconomico o alterazioni nella percezione del dolore possono contribuire alla persistenza dei sintomi.[1]

Secondo le raccomandazioni EULAR, la D2T AR è definita dalla presenza di tre criteri, tutti necessari:

1. Fallimento di ≥2 b/tsDMARDs (con meccanismi d’azione differenti) dopo il fallimento della terapia con csDMARDs (a meno che non sia controindicata);

2. Segni suggestivi di malattia attiva/progressiva, definiti come ≥1 dei seguenti

  • attività di malattia almeno moderata (secondo misure composite validate che includono il conteggio articolare, es. DAS28-ESR >3.2 o CDAI >10);
  • segni (inclusi indici di fase acuta e imaging) e/o sintomi suggestivi di malattia attiva (articolari o di altro tipo);
  • impossibilità di ridurre il trattamento con glucocorticoidi (al di sotto di 7,5 mg/die di prednisone o equivalente);
  • progressione radiografica rapida (con o senza segni di malattia attiva);
  • malattia ben controllata secondo gli standard sopra riportati, ma con sintomi da AR che continuano a compromettere la qualità della vita;[3]

3. La gestione dei segni e/o dei sintomi è percepita come problematica dal reumatologo e/o dal paziente.[1]

La prevalenza della forma D2T è piuttosto alta: varia dal 5,5% al 27,5% dei pazienti in terapia per AR.[1] Infatti, nonostante le attuali strategie terapeutiche, circa due terzi dei pazienti non raggiungono un adeguato controllo della malattia, e fino al 40% ha sperimentato un fallimento terapeutico dovuto a resistenza ai farmaci o a reazioni avverse.[2] Pertanto, è di estrema urgenza individuare opzioni terapeutiche più efficaci e sicure per questi pazienti.[2]

Oltre ai farmaci, interventi non farmacologici — tra cui programmi motori, psicologici, educativi e di autogestione — contribuiscono al controllo dell’infiammazione e al miglioramento del dolore e della funzione fisica.[2] Esercizi aerobici, in acqua, di rinforzo muscolare e di mobilità della mano risultano particolarmente efficaci nel ridurre affaticamento, dolore e disabilità.[3]

L’aderenza terapeutica rappresenta un elemento cruciale nella gestione della D2T AR, risultando inferiore rispetto alla AR non difficile da trattare (40% vs 22%).[3] I principali ostacoli che contribuiscono alla bassa aderenza nei pazienti con D2T AR sono legati ai dubbi sull’efficacia del trattamento e sui possibili effetti collaterali, mentre una corretta informazione sul trattamento e una buona relazione con il professionista sanitario si sono rivelati i fattori più rilevanti per migliorarla.[3]

Gli interventi farmacologici comprendono non solo i farmaci convenzionali (csDMARDs, bDMARDs e tsDMARDs), ma anche trattamenti mirati contro Janus chinasi (JAK), interleuchina-6 (IL-6), fattore di necrosi tumorale (TNF), inibitori non covalenti altamente selettivi della tirosina chinasi di Bruton (BTK), CD20 e modulatori della costimolazione dei linfociti T.[2]

Nella systematic review di Roodenrijs e colleghi si legge che nei pazienti che hanno fallito almeno due bDMARDs, alcuni b/tsDMARDs (tocilizumab, tofacitinib, baricitinib, upadacitinib e filgotinib) hanno mostrato superiorità rispetto al placebo.[4] Mentre nei pazienti che hanno fallito almeno un bDMARD, è stato riscontrato un beneficio in termini di efficacia rispetto al placebo per tutti i b/tsDMARDs attualmente utilizzati.[4] Si evince, quindi, che l’entità dell’effetto positivo dei b/tsDMARDs tende a diminuire nei pazienti che hanno fallito un numero maggiore di bDMARDs precedenti.[4] Questa tendenza alla riduzione dell’efficacia nelle linee di trattamento più avanzate risulta meno evidente per alcuni farmaci, in particolare per i bloccanti dell’IL-6 e per gli inibitori della JAK, specialmente a dosaggi più elevati.[3] In generale, tuttavia, è raccomandato il passaggio ad un farmaco con diverso meccanismo d’azione nelle linee terapeutiche successive.[3]

L’identificazione precoce dei pazienti con D2T AR che presentano infiammazione persistente e candidabili al cambio di b/tsDMARDs rimane una sfida clinica.[1] È fondamentale una valutazione accurata dei fattori che contribuiscono alla condizione D2T, inclusa la presenza di sinovite persistente.[1] Va sottolineato che, per molti pazienti, la D2T AR può essere una condizione reversibile.[1]

Un approccio olistico, che integri strategie farmacologiche e non farmacologiche, può prevenire la progressione verso stadi avanzati con danno tissutale irreversibile, sebbene le evidenze sul beneficio clinico di tale approccio siano ancora limitate.[1] Sono necessari ulteriori studi per identificare i fattori predittivi della D2T AR, stratificare i pazienti in base ai meccanismi patogenetici e valutare l’efficacia di interventi personalizzati nei soggetti affetti o a rischio di sviluppare questa condizione.[1]

Referenze: 

  1. Hofman ZLM, Roodenrijs NMT, Nikiphorou E, Kent AL, Nagy G, Welsing PMJ, van Laar JM. Difficult-to-treat rheumatoid arthritis: what have we learned and what do we still need to learn? Rheumatology (Oxford). 2025 Jan 1;64(1):65-73. doi: 10.1093/rheumatology/keae544. PMID: 39383505; PMCID: PMC11701314.
  2. Su QY, Luo J, Zhang Y, Li Q, Jiang ZQ, Wen ZR, Wang YY, Shi MR, Zhang SX. Efficacy and safety of current therapies for difficult-to-treat rheumatoid arthritis: a systematic review and network meta-analysis. J Transl Med. 2024 Aug 28;22(1):795. doi: 10.1186/s12967-024-05569-x. PMID: 39198829; PMCID: PMC11351028.
  3. Shouval A, Keret S, Rosner I, Slobodin G. Difficult-to-Treat Rheumatoid Arthritis: Challenges in Diagnosis and Treatment. Isr Med Assoc J. 2024 Sep;26(8):522-528. PMID: 39254416.
  4. Roodenrijs NMT, Hamar A, Kedves M, Nagy G, van Laar JM, van der Heijde D, Welsing PMJ. Pharmacological and non-pharmacological therapeutic strategies in difficult-to-treat rheumatoid arthritis: a systematic literature review informing the EULAR recommendations for the management of difficult-to-treat rheumatoid arthritis. RMD Open. 2021 Jan;7(1):e001512. doi:10.1136/rmdopen-2020-001512. PMID: 33419871; PMCID: PMC7798678.
Reumatologia
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