
Una quota rilevante di pazienti con artrite reumatoide non raggiunge il controllo della malattia nonostante terapie avanzate, rendendo necessario un approccio personalizzato e multidimensionale.
L’artrite reumatoide (AR) è la più comune malattia infiammatoria articolare e ha un impatto profondo sulla qualità della vita. Negli ultimi decenni, le strategie treat-to-target e l’introduzione dei DMARD biologici e sintetici mirati hanno migliorato significativamente la gestione della malattia. Tuttavia, una percentuale non trascurabile di pazienti continua a non ottenere un adeguato controllo clinico.
In questo contesto si colloca l’artrite reumatoide difficile da trattare (D2T AR), una condizione eterogenea che interessa dal 5,5% al 27,5% dei pazienti.
Le cause della D2T AR non sono esclusivamente biologiche. Comorbidità, fattori psicosociali, alterata percezione del dolore e condizioni socioeconomiche possono contribuire alla persistenza dei sintomi. Inoltre, l’aderenza terapeutica risulta più bassa rispetto all’AR non difficile da trattare, spesso a causa di timori legati all’efficacia o agli effetti collaterali dei farmaci. Una comunicazione efficace e una relazione solida con il team sanitario si confermano elementi chiave per migliorare l’aderenza.
Sul fronte terapeutico, le opzioni farmacologiche includono un ampio spettro di farmaci mirati, come inibitori delle JAK, bloccanti dell’IL-6 e del TNF, oltre a nuove molecole in fase di sviluppo. Le evidenze indicano che alcuni b/tsDMARDs mantengono un’efficacia significativa anche dopo fallimenti multipli, sebbene l’entità del beneficio tenda a ridursi nelle linee terapeutiche più avanzate. Per questo motivo, è generalmente raccomandato il passaggio a farmaci con meccanismi d’azione differenti.
Accanto alla terapia farmacologica, gli interventi non farmacologici – esercizio fisico, supporto psicologico, educazione e programmi di autogestione – svolgono un ruolo fondamentale nel controllo dei sintomi, della disabilità e dell’affaticamento.
L’identificazione precoce dei pazienti con infiammazione persistente e potenzialmente reversibile resta una delle principali sfide cliniche. Un approccio olistico e personalizzato, che integri farmaci e strategie di supporto, potrebbe prevenire la progressione verso danni irreversibili. Tuttavia, sono necessari ulteriori studi per individuare predittori affidabili e sviluppare interventi mirati per i pazienti con D2T AR o a rischio di svilupparla.
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